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Saint Sebastien
Leaping Nana
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Niki de Saint Phalle

di Stefano Bianchi

Ovvio che a colpire l’attenzione collettiva sia sempre e comunque il Nana Power col sorriso stampato sulle labbra. Con le sue Nanas scolpite “extralarge”, che sono amabili ciccione sull’orlo d’una crisi di felicità strizzate in costumi da bagno stile Flower Power, Niki de Saint Phalle (1930-2002) s’è meritata le luci della ribalta nella Pop Art femminile accanto alla nostra Giosetta Fioroni, all’inglese Pauline Boty e all’americana Jann Haworth. Ma al di là del disimpegno colorato e fumettoso, la “nouveau réaliste” di Neuilly-sur-Seine che s’ispirò a Jackson Pollock, Antoni Gaudí e Jean Dubuffet è stata una pittrice, scultrice (inizialmente accostata al New Dada di Robert Rauschenberg e Jasper Johns), “performer” e regista sotterranea il più delle volte radicale, coraggiosa, violenta, politicamente impegnata nelle battaglie femministe. Tant’è che ha saputo conciliare le sue 2 vite – di donna e di artista – mutando di volta in volta pelle per spettacolarizzare il corpo femminile e l’erotismo; reinterpretare le grandi figure della mitologia; ritrarre madri, figlie, mogli, guerriere, streghe, dee. A raccontarcelo è la prima grande mostra degli ultimi 20 anni a lei dedicata: la retrospettiva parigina al Grand Palais che presenta più di 200 opere e materiali d’archivio in gran parte inediti non solo organizzati dal punto di vista cronologico e tematico ma accompagnati da schermi che mostrano l’artista mentre parla del suo lavoro. Inoltre, modelli di progetti architettonici e la scultura/fontana Snake’s Tree collocata all’esterno del Grand Palais danno ai visitatori un’idea dell’importanza delle sue opere concepite per gli spazi pubblici.

Niki era bellissima. Eppure c’era un velo di malinconia nel suo sguardo da modella che aveva posato per Vogue, Harper’s Bazaar, Life Magazine. Il male di vivere le si era insinuato sottopelle. E lei, per esorcizzarlo, aveva deciso di vivere l’arte come autoanalisi: «Il mio lavoro mi dà speranza, entusiasmo, struttura. È il mio diario più autentico», diceva sempre. Un diario pittorico e scultoreo fatto di “collages” surrealisti; Cattedrali e Altari tra fede e ateismo; accumulazioni di oggetti alla maniera di Arman; sagome femminili votate all’Art Brut; materici autoritratti con ciottoli, chicchi di caffè, schegge di vasellame… Ecco, poi, i “rilievi bersaglio” di gesso. Lei ci appoggiava sopra sacchetti o vasetti di vernice, si allontanava imbracciando un fucile calibro 22, prendeva la mira e sparava facendo esplodere macchie di colore. Potenza dei Tirs, “happenings” liberatori. E le icone del movimento di liberazione femminile? Le opulente Nanas, appunto, chiamate Gwendolyn, Big Lady, Mini Nana Maison, Leaping Nana e perfino Les Trois Grâces. E come non ricordare il multiculturalismo di Niki, protagonista assoluto degli ultimi lavori? Quel continuo riferirsi all’arte dei nativi americani, alla civiltà messicana, alle questioni razziali, ai diritti civili, alla censurabile politica di George Bush… Agli U.S.A., nel bene e nel male. Proprio lei, d’altronde, scelse di trascorrere in California l’ultimo spicchio della sua audace, caotica, tormentata esistenza.

Niki de Saint Phalle
Fino al 2 febbraio, Grand Palais, Galeries Nationales, Entrée Champs-Elysées, Parigi
tel. 0033-1-44131717
Catalogo Réunion des musées nationaux - Grand Palais, € 50


www.grandpalais.fr

www.nikidesaintphalle.com

www.franceguide.com  

Foto: Niki de Saint Phalle en train de viser, 1972, photographie en noir et blanc rehaussée de couleur extraite du film Daddy, © Peter Whitehead
Saint Sébastien (Portrait of My Lover/Portrait of My Beloved/Martyr nécessaire), début 1961, photo: Laurent Condominas
Leaping Nana, Planche de Nana Power, 1970
Sprengel Museum, Hanovre, donation de l’artiste en 2000
© 2014 Niki Charitable Art Foundation, All rights reserved
 

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