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A proposito di Davis
Oscar Isaac
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A proposito di Davis di Joel & Ethan Coen

di Peppo Delconte

Siamo al Greenwich Village, agli albori degli Anni ’60, in uno dei tanti piccoli clubs scalcinati dove si esibiscono decine di aspiranti folksingers. Liewyn Davis (personaggio di fantasia, ma non troppo) è uno di loro: conduce una vita gramissima e piena d’illusioni; dorme dove capita, specialmente sui divani di amici occasionali. Uscendo da una di queste case, fa inavvertitamente scappare il gatto Ulisse, lo insegue, lo raggiunge, poi se lo fa scappare di nuovo. Più tardi crede di averlo ritrovato per strada, lo cattura e lo porta ai proprietari. Ma questi s'infuriano poiché non è Ulisse, ma solo un povero randagio e per di più castrato. Così Llewyn torna a vagabondare, portando con sé gatto e chitarra. Di disavventura in disavventura, il povero felino finirà investito e abbandonato al suo destino mentre il fortunato Ulisse ritroverà la strada e tornerà a casa dai suoi padroni.

Questa è solo la “parabola animale” della complessa sceneggiatura di A proposito di Davis, costruita da Joel & Ethan Coen e vagamente ispirata a una biografia del cantante folk Dave Van Ronk. Poi c'è la storia dell'altro randagio, l’egocentrico e presuntuoso Llewyn Davis, che continua i suoi pellegrinaggi alla ricerca di un contratto discografico collezionando fallimenti (artistici, sentimentali) e sprofondando nell'incubo dello "show business" americano, in quegli anni (oggi tanto ingenuamente mitizzati) più feroce e gelido che mai. Il cerchio si chiude tornando al punto di partenza, cioè nel localaccio del Greenwich Village, dove alle spalle del disperato Davis si sta esibendo un ragazzotto dai capelli ricci e dalla voce un po' nasale. Forse è lui il randagio fortunato e pieno di talento: il menestrello venuto dal lontano Minnesota, che prenderà il nome d'arte di Bob Dylan e cambierà la storia della musica. Il giovane attore protagonista, Oscar Isaac, è sorprendente. Recita e canta come un veterano. E non meno sbalorditivi sono i cammei di Murray Abrahams (uno spietato manager) e John Goodman (un vecchio “jazzman” drogato). Ma tutti gli interpreti sono bravissimi (gatti compresi). A proposito di Davis non sarà forse la migliore opera dei fratelli Coen. Tuttavia si tratta di un film potente, complesso, inevitabile per tutti quelli che danno del tu alla storia della musica e del cinema americano.

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Foto: Lucky Red


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