Coolmag - art

CoolMovie
Come Il vento
Valeria Golino e Filippo Timi
home - art




Come il vento, di Marco Simon Puccioni

di Stefania Cubello

I detenuti dell’istituto penitenziario Ucciardone di Palermo, di cui Armida Miserere fu direttrice negli anni più caldi della guerra tra Stato e mafia, la soprannominarono “fimmina bestia” per l’ostinazione con cui – lei sempre in prima linea nella lotta alla mafia, al terrorismo, alla P2 – trattava anche gli autori dei delitti più efferati: brigatisti, stragisti e mafiosi inclusi. «Io penso che un carcere debba essere un carcere. E che i detenuti debbano saper fare il loro mestiere. Non sono la direttrice del Jolly Hotel. Dirigo un luogo di condanna per efferati delitti. Detto questo, non è un amore di cui ci si libera facilmente, quello per le vite rinchiuse in una prigione», afferma “il colonnello” (la chiamavano così, gli altri suoi detrattori) attraverso le parole di Valeria Golino che la interpreta nel film Come il vento diretto da Marco Simon Puccioni. Nel discorso, che segna uno dei momenti più intensi dell’opera, c'è tutta la complessità del carattere di Armida Miserere con la sua anima sdoppiata tra pubblico e privato: da una parte c'è la “dura”, la donna manager in tailleur quando non in mimetica militare, sigaretta sempre in bocca (Super senza filtro), che sa farsi rispettare, non si tira indietro neppure davanti a minacce e intimidazioni, non lascia trapelare emozioni, che ha scelto di seguire la legge senza compromessi applicandola all’interno di uno dei mondi più maschilisti possibili, ma con polso fermo anche contro violenze e abusi di potere sui detenuti. Dall’altra c’è la donna fragile capace di grande dolcezza, che tenta di mantenere viva la propria femminilità e una parvenza di normale quotidianità, che cerca l’amore vero nonostante sia scavata nell’anima dal dolore per aver perso prima il figlio che aspettava poi il compagno della vita, Umberto Mormile (interpretato da Filippo Timi), educatore nel carcere di Opera, ucciso nel 1990 dalla N’drangheta apparentemente perché non si era lasciato corrompere. A 10 anni dal suicidio (nel 2003 a Sulmona, la sera del Venerdì Santo) la vita di Armida affascina ancora per la sua vicenda estrema.

Nell’84, a 28 anni, laurea in giurisprudenza e specializzazione in criminologia, inizia a lavorare come vicedirettore nel carcere di Parma. La strada che ha scelto è difficile, ma decide di percorrerla comunque fino a diventare la prima donna in Italia a dirigere istituti penitenziari di massima sicurezza: dal carcere di Pianosa, che ospitava boss mafiosi; a Voghera, tra terroriste "irriducibili"; da San Vittore (Milano), alle Vallette (Torino), fino a Sulmona. «Quando a Pasqua di 10 anni fa ho letto la notizia del suicidio di Armida Miserere, direttrice del carcere di massima sicurezza di Sulmona, ho subito pensato che avrei voluto raccontare la sua storia», ha dichiarato Marco Simon Puccioni. «Mi aveva colpito la storia di questa donna, catapultata in una delle istituzioni più maschiliste e opprimenti della società, che riesce a governare gli uomini reclusi e a stabilire rapporti camerateschi e d’amore coi compagni di lavoro. La mia intenzione non era celebrare la vita di un’eroina, ma indagare sulla vita di una donna comune, forte e fragile, immersa nella lotta per una giustizia giusta». L’intensità con cui Valeria Golino (per la seconda volta protagonista di un film girato in carcere dopo Giulia non esce la sera, dove interpretava una detenuta in semilibertà) ha fatto proprio il personaggio di Armida Miserere, obbliga a tenere gli occhi incollati allo schermo fino all’ultimo: sul suo viso, gli occhi, i gesti, la voce. Tutto sembra parlare da dentro, da profondità misteriose e dolorose. Fino al gesto estremo, quando a 46 anni si uccide con un colpo di pistola accompagnata da quel dolore mai sopito per la morte di Umberto, lasciando una lettera: “Mi resta un ultimo atto di coraggio che peserà come un macigno per chi mi ha tradita, offesa, venduta, rinnegata. Auguro morte e infamia, dolore e sofferenza a chi mi ha dato morte e dolore e sofferenza. Auguro la stessa angoscia che mi ha uccisa, auguro tutto il male del mondo”. La parte finale dello scritto spiega il titolo del film: “Voglio essere cremata e buttata al vento, perché vento sono stata”.

www.ambipictures.it

Foto: Ambi Pictures
 

 
 

stampa

coolmag