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Le Surréalisme et l'objet

di Stefano Bianchi

Stupiscono. Inquietano. Meravigliano. Affascinano. Spaventano perfino un po’. Sono i 200 e più “objets” del Surrealismo, firmati da 43 artisti, che il Centre Pompidou mette letteralmente in scena in 12 sale. Dal primo “ready-made” di Marcel Duchamp – il celeberrimo Porte-bouteilles ideato nel 1914 e ripreso nel ’64 – alle Constructions antropomorfe scolpite nei tardi Anni ‘60 da un Joan Miró voglioso di dare corpo alla “fisica della poesia”, c’è tutta l’oggettistica possibile e immaginabile fra sculture, dipinti, assemblaggi, rayogrammi e fotografie che “freudianamente” accarezzano sogni e graffiano incubi. Oggetti. Ci sono quelli d’uso comune che un pizzico modificati diventano opere d’arte. La sapeva lunga, al riguardo, Man Ray, col suo Indestructible Object (1923-’59), cioè il metronomo con l’oscillante fotografia di un occhio e col Cadeau (1921-’70), l’iconico ferro da stiro in ghisa con 14 chiodi incollati sulla parte piana. Per non dire di Meret Oppenheim, che nel 1936 non solo riveste di pelliccia tazza, sottotazza e cucchiaio per la sua Déjeuner en fourrure, ma intitola Ma gouvernante un paio di calzature femminili capovolte da servire su un piatto d’argento a mo’ di pollo cotto a puntino. Ci sono oggetti che non sono oggetti ma “sculture involontarie”: come il Téléphone-Homard concepito nel ’38 da un Salvador Dalí in vena di scherzose follie, con un’aragosta al posto della cornetta; e, sempre ad opera dell’istrione di Figueres, l’africaneggiante Buste de femme rétrospectif (1933-’76) con baguette e porta pennini in bilico sulla testa. C’è la fetta di formaggio (Cecì est un morceau de fromage, 1936-’64) dipinta su masonite, incorniciata d’oro e appoggiata su un mini cavalletto che René Magritte pensò bene di proteggere sotto una campana di vetro; il Billet d’autobus roulé (’32) strappato e accartocciato sino a farne 2 piccoli tubi e infine fotografato da Brassaï; l’Objet di Valentine Hugo (’31), con un ovale a circoscrivere il gioco d’azzardo di 2 mani.
 
Ci sono oggetti che paiono metamorfosi “kafkiane”: vedi l’orrido Portrait d’Ubu di Dora Maar (’36); il Loup-Table imbalsamato e sezionato da Victor Brauner nel ’47, che anticipa il bestiario in formaldeide di Damien Hirst; la Poupée disarticolata di Hans Bellmer (1933-’36): bambola surrealista a grandezza naturale, realizzata da Lotte Pritzel, cui si rivolse il pittore austriaco Oskar Kokoschka affinchè riproducesse un manichino a immagine e somiglianza di Alma Mahler; la Tête de taureau di Pablo Picasso (’42), ricavata da un sellino e da un manubrio di bicicletta. E sono molteplici, surrealisticamente parlando, le donne-oggetto: fanno le “mannequins”, camminano, sospirano, non sono null’altro che manichini sadomaso, automi proibiti. Ma sono anche volti fotografati belli, poetici, sensuali, visionari. E sbaglia, chi pensa che l’oggetto surrealista sia morto. Vive eccome, mostrandosi discutibile e repellente fra le mani di Philippe Mayaux che in Reconstitution (2000-2012) archivia teschi, nasi, occhi, bocche e orecchi; nel kitsch un po’ imbecille di Théo Mercier; nei vomitevoli scatti fotografici di Cindy Sherman. Nuovo Surrealismo? Jamais! Meglio, piuttosto, esporre le Emicranie in technicolor di Carlo Rizzetti (Cracking Art). Chessò? Un busto plastico di Leonardo da Vinci sormontato da banane e stelle marine… I curatori non ci hanno pensato. O hanno fatto finta di non vederle. Sciovinisti!         

Le Surréalisme et l’objet
Fino al 3 marzo, Centre Pompidou, place Georges-Pompidou, Parigi
tel. 0033-1-44781233
Dictionnaire de l’objet surréaliste, Éditions du Centre Pompidou/Éditions Gallimard, € 39.90


www.centrepompidou.fr

www.franceguide.com

Foto: Meret Oppenheim, Ma gouvernante, 1936, Moderna Museet, Stockholm
Hans Bellmer, La Poupée,1933-1936
Victor Brauner, Loup-Table, 1947
Centre Pompidou, Musée National d’Art Moderne, Dist. RMN-GP, photo: Philippe Migeat, Centre Pompidou, © Adagp, Paris 2013
 

 


 

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