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Yayo´ Kusama Dots Obsession
Youssef Nabil
Carlsten H÷ller Amanite Fluorescente
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Sous influences

di Stefano Bianchi

Fin dalla notte dei tempi, l’umanità ha incrociato sul proprio cammino sostanze psicoattive, funghi e piante ricavandone stupefazione, intossicazione, dipendenza, misticismo, sollievo, morte, illuminazione. E gli artisti? Alla costante ricerca della scintilla creativa, della trasgressione, di percorsi immaginari da divulgare a ogni costo, non hanno rinunciato a sperimentare gli effetti delle droghe. Sous influences, a Parigi, mette in mostra 250 opere di 90 artisti dall’alba del 20° secolo fino a oggi, che hanno fatto uso (o abuso) di sostanze psicoanalettiche (cocaina, anfetamina, crack), psicolettiche (oppio, morfina, eroina), allucinogene (Lsd, acidi, piante, funghi, cannabis) con l’intenzione di mandare l’estro in “overdose” e in certi casi viaggiare verso un’unica, fatale destinazione: la follia. Quadri, fotografie, video e installazioni scandiscono questa “via crucis” della tossicodipendenza creativa che si svela imboccando l’immacolato Swinging Corridor di Carlsten Höller, dispensatore d’una leggera ebbrezza che si mischia col sentore d’oppio diffuso da un’opera di Antoine Perpère.

Portrait sous drogue è invece la caricaturale serie di autoritratti di Bryan Lewis Saunders sotto gli effetti della marijuana e della cocaina, mentre Yayoi Kusama invita psichedelicamente i visitatori a entrare nella sua installazione che utilizza un infinito gioco di specchi. E se una selezione di disegni “ad hoc” permette di approcciare l’arte di Jean Cocteau, grande oppiomane, la dipendenza dall’eroina di Jean-Michel Basquiat viene sintetizzata da uno schizzo che si tramuta in collage con l’impiego di “stickers”, loghi pubblicitari e testi-non-testi. Erró, dal canto suo, offre una visione fantascientifico/orientalizzante d’un fumatore d’oppio; Takashi Murakami, fumettisticamente, identifica un fungo allucinogeno nella nube da bomba atomica; Robert Malaval ritrae il “trip” di una ragazza trafitta da un raggio luminoso; Youssef Nabil fa fumare il narghilè alla cantante Natasha Atlas travestita da odalisca; Daniel Pommereulle apparecchia una tavola alla maniera di Daniel Spoerri. Ma anzichè piatti, posate e bicchieri posiziona gli Objets de tentation (siringhe, pillole, lamette da barba…) a mo’ di kit per il tossicodipendente; Nam June Paik, col suo TV Buddha, fa riflettere sul potere ipnotico del piccolo schermo definito “oppio del popolo”; Allen Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky e Ghérasim Luca, evocano nel visionario dipinto Le Bouquet la Beat Generation come snodo cruciale delle esperienze psicotrope. E l’epilogo della mostra? È un’insegna al neon di Jeanne Susplugas che recita “L’Aspirine c’est le champagne du matin”. Davvero stupefacente.

Sous influences
arts plastiques et psychotropes
Fino al 19 maggio, La Maison Rouge, Fondation Antoine de Galbert, boulevard de la Bastille 10, Parigi
tel. 0033-1-40010881
Catalogo Fage éditions, € 38


www.lamaisonrouge.org

www.franceguide.com

Foto: Yayoï Kusama, Dots Obsession (Infinity Mirrored Room), 1998, Collection les Abattoirs-Frac Midi-Pyrénées, © Yayoï Kusama, photographie: Grand Rond Production
Youssef Nabil, Natacha fume le narguilé, Cairo 2000, photographie: courtesy Galerie Nathalie Obadia
Carlsten Höller, Amanite Fluorescente, 2004, courtesy Air de Paris, Paris

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