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Cindy Sherman: That's me - That's not me

di Gianna Carrano - The Glancer

La prima volta che ho visto una fotografia di Cindy Sherman è stata a casa d’un collezionista milanese. Troneggiava sulla parete alta e stretta dell’ingresso. Ritraeva una donna come una madonna: azzurra e imponente, dal sorriso enigmatico e inquietante, fra Pop Art e Leonardo da Vinci… Quella donna era l’artista americana in uno dei tanti autoritratti che in seguito avrei imparato a riconoscere. «I miei personaggi non mi rappresentano. Comune rivendicazione per un attore, piuttosto bizzarra per un artista. Ma l’opera d'arte, dopotutto, è un artefatto del suo creatore», ha dichiarato. A smentirla c’è questa mostra dedicata agli autoritratti giovanili scattati fra il 1975 e il ‘77 perlopiù a Buffalo, in cui utilizza il proprio corpo per scandire arte. Lavori che sono stati influenzati dal magma creativo che si stava formando agli inizi degli Anni ‘70 esprimendosi nella commistione fra cinema, video, installazione, “performance”, fotografia, body-art e arte concettuale. Il filo del percorso giovanile attraversa 3 fasi. La prima, Untitled (Growing Up), scandisce travestimento e mimica per rappresentare il doloroso processo della crescita, della trasformazione da bambina a donna, fissandone i mutamenti fisionomici e affrontando il tema spinoso dell’adolescenza. La seconda fase, oltrepassa il volto coinvolgendo tutto il corpo in “performances” che vedono Cindy Sherman inscenare pose, identità e ruoli differenti da selezionare e isolare in “cut-out”; in un’infinità di frammenti e scatti da sovrapporre o allineare. Foto che si snodano come fumetti rappresentando follia, sofferenza, desiderio, vanità, passione. Sfaccettature interiori d’un mondo femminile filtrate da un unico soggetto (se stessa) declinato in variazioni infinite. È di questo periodo il film Doll Clothes dove l’artista, vestita solo con casta biancheria intima, interpreta la figura di una bambola intenta a provare svariati abiti quasi a voler riaffermare la forza e la centralità del travestimento.

La terza fase, focalizzata nelle serie A Play of Selves, Bus Riders e Murder Mystery, vede i vari personaggi interagire fra loro. A Play of Selves è un viaggio interiore nel più profondo e ambivalente io femminile raccontato da 244 personaggi diversi che formano l’ossatura e le varianti d’una complessa rappresentazione teatrale in 4 atti. In Murder Mystery People, invece, l’interpretazione coinvolge tutti i ruoli (dall’amante geloso al maggiordomo, dalla madre al detective) di un misterioso e fumoso racconto giallo dando a ogni personaggio un protagonismo che varia secondo la scena; e le scene si moltiplicano o si contraggono a seconda dello spazio espositivo messo a disposizione seguendo uno “storyboard”  mutevole e raffinato. Cindy Sherman lavora su autoscatti caricaturali, grotteschi, ironici, con lo scopo di declinare un campionario di donne, ruoli femminili e icone dell’immaginario americano degli Anni ’70 attraverso l’uso del corpo e l’immagine in trasformazione di se stessa per suggerire riflessioni sui generi e sull’identità sessuale. Reinterpreta un’America sfacciata, timida, complicata, ingenua, innocente, volgare, chiassosa, sofferente, lacerata. Cindy è al tempo stesso modella, stilista, truccatrice, regista dei suoi scatti. È dietro e davanti alla macchina fotografica. Racconta ed è raccontata nel dipanarsi di una storia dove i soggetti sono spesso passivi o sofferenti; ma la violenza che viene esercitata su di loro sembra contenere anche una valenza estetica. Utilizza “glamour” e orrore per mettere in scena una donna che diviene simbolo mistico dell’essere donna. In Lucy, ad esempio, cattura l’essenza di Lucille Ball (“star” della famosa serie tv americana I Love Lucy) confessando di aver sempre desiderato andare ai “parties” con abiti adeguati. Così, un giorno, un amico ha affittato una cabina fotografica e lei s’è vestita proprio come Lucille, con una parrucca che le ricordava la sua acconciatura. Più ci sforziamo di scoprire l’identità di Cindy Sherman, insomma, più siamo coinvolti in un gioco che sovrappone realtà e finzione.

Cindy Sherman
That’s me – That’s not me
Le opere giovanili 1975 -1977 dalla Collezione Verbund di Vienna
Fino al 26 maggio, Merano Arte – Edificio Cassa di Risparmio, via Portici 163, Merano (BZ)
tel. 0473212643  
Catalogo Hatje Cantz, € 58


www.kunstmeranoarte.org

www.cindysherman.com

Foto: Untitled, 1975
Untitled (Bus Riders II), 1976/2000
Untitled, 1975
Courtesy: Collezione Verbund Vienna

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