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Pop. L'invenzione dell'artista come star
Salvador Dalì primo piano
Warhol & Basquiat boxing
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Pop. L'invenzione dell'artista come star

di Stefano Bianchi

Ego? Straripante. Talento? Smisurato. Fiuto per il marketing? Al top. Ci sono artisti che vivono da divi e si atteggiano da rockstars. Artisti che pur di sponsorizzarsi e spacciare i loro quadri come "hedge-funds”, non si perdono neppure un briciolo di mondanità. Immaginate Salvador Dalí, Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat. Se non fossero volati nel Paradiso dei Super Narcisi, sarebbero qui a smanettare sul pc fra un "social network" e l’altro pur di far lievitare la loro (ipertrofica) popolarità. E godrebbero come pazzi a rimirare le loro “apps” sull’iPad. Ai 3 “trend-setters” che hanno intuito e spremuto il potenziale della società dello spettacolo, il critico d’arte Luca Beatrice dedica Pop. L’invenzione dell’artista come star. E li mette in buona (e arrogante) compagnia con Jeff Koons, Damien Hirst e Maurizio Cattelan. Altro trio di narcisi mica da ridere. “Eccentrici, dissoluti, mondani: difficile dire se siano stati più influenti come artisti o come personaggi”, c’è scritto sul retrocopertina di questo pimpante e documentatissimo libro. “Di certo hanno saputo andare oltre le loro opere e sono diventati delle vere e proprie stelle”. Depresso? Intrattabile? Macchè. L’artista che fa rima con "star" è tutt’altro che un romantico genio solitario. Da istrione mediatico quale è, piomba sempre sul pezzo e sotto le luci dei riflettori, più che mai risoluto a commercializzare il proprio “brand”. Come Salvador Dalí, che si vestiva sempre da Salvador Dalí per non umiliarsi indossando gli abiti dei comuni mortali. Gran Surrealista e gran Presenzialista, il baffuto “dandy” di Figueres pedinò il consenso di massa dichiarando: «La mia pittura la capiscono meravigliosamente e totalmente i bambini e i pescatori di Cadaqués. La capisce anche un caro amico (un automobilista famoso) che non possiede alcuna formazione artistica. Tutti la capiscono e ne sono colpiti». E in punto di morte, più che ottuagenario, sibilò: «Le due fortune più grandi che possano capitare a un pittore contemporaneo sono: primo, essere spagnolo, e secondo, chiamarsi Dalí. Mi sono capitate tutte e due».

Andy Warhol, stratega del mettersi in mostra e mettere in mostra la sua genial-depravata Factory, oltre a farsi promotore dell’arte seriale ha ripetuto se stesso all’infinito proiettando il proprio egocentrismo nel cinema sperimentale, nel rock (Velvet Underground), su carta stampata (Interview) e in televisione (Andy Warhol’s TV). Vampiresco come Dracula, candido e disarmante come Cenerentola (Cinderella), s’è meritato il soprannome che proprio non riusciva a digerire: Drella. Jean-Michel Basquiat, graffitista maledetto, ha scelto invece di vivere e di morire come una stella della musica. Si considerava il Charlie Parker della pittura, nominava Jimi Hendrix suo sommo eroe. “Dopo aver annusato l’odore dei soldi”, annota Luca Beatrice, “vuole diventare un artista ‘mainstream’, ricco e famoso. Di essere il migliore dei pittori neri non gli importa affatto. Pone piuttosto l’enfasi sul mito americano del ‘self-made man’, sull’essere un ragazzo di strada come tanti che si è fatto da solo, faticando di più a causa del colore della propria pelle”. Stay pretty, die young (resta carino, muori giovane) è il senso della sua breve ma densissima parabola esistenziale. E moriranno (artisticamente) contando paccate di dollari il Jeff Koons dei giocattoloni smaltati, il Damien Hirst degli squali in formalina e il Maurizio Cattelan del Papa schiacciato da un meteorite, dei bimbi impiccati e del dito medio alzato. Spesso e volentieri, i 3, hanno anteposto il “gossip” alla bontà della loro arte. Vestito come un bancario, Jeff Koons “sostituisce il disincanto con il cinismo, l’economia con la finanza”. E poi, continua Luca Beatrice, “non avrebbe mai ottenuto l’ampia popolarità che oggi gli viene riconosciuta senza l’incontro con Ilona Staller, la Cicciolina ‘fondatrice’ della pornografia moderna, immortalata in una serie di opere, sposata nel 1991. Infine il brusco e violento divorzio, e la triste disputa sull’affidamento del figlio”. E se per Damien Hirst “si può parlare di ‘grande truffa dell’arte’: una colossale messinscena mediatica, capace di cavalcare l’onda della cronaca con operazioni a effetto”, il «Basta, mi ritiro» pronunciato da Maurizio Cattelan alla vigilia della definitiva consacrazione mondiale al Guggenheim Museum di New York può suonare come una bella presa in giro. Ma l’importante, come ci insegnano le (ciniche) "superstars" dell’arte, è che se ne parli il più possibile. Il resto verrà da sé. It’s only Art & Roll… but we like it?
 
Luca Beatrice, Pop. L’invenzione dell’artista come star, Rizzoli, 198 pagine, € 18

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