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Snack by Martial Raysse
Revez! by Claude Leveque
High Heels On the Moon by Sylvie Fleury
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Néon. Who's afraid of red, yellow and blue?

di Stefano Bianchi

Colori a intermittenza, tatuaggi luminosi sui muri, fili elettrici che s’inseguono. 108 opere al neon, elaborate da 83 artisti dagli Anni ’40 a oggi, rischiarano la Maison Rouge di Parigi. Neon, dal greco “nèos -a –on”, nuovo. Gas nobile, quasi inerte, incolore. Georges Claude, fisico e chimico francese, sviluppa il primo tubo al neon nel 1912 e lo presenta all'Exposition Universelle. Qualche anno dopo, deposita il brevetto negli Stati Uniti e nel ’23 vende le sue prime 2 insegne luminose alla casa automobilistica Packard. Negli Anni ’30 László Moholy-Nagy, pittore e fotografo ungherese esponente del Bauhaus, profetizza che giochi di luce illumineranno le notti metropolitane dando vita a «un campo d’espressione» che non tarderà a trovare «i suoi artisti». Gyula Kosice, ad esempio: nel ’46 utilizza per la prima volta un neon per creare la Structure luminique Madi. E Lucio Fontana, che nel ’51 presenta alla Triennale di Milano la sua Struttura al neon, monumentale “tourbillon” sospeso nell’aria. Chi ha paura del rosso, del giallo e del blu?, è il quesito di questa collettiva. Nessuno, a giudicare dall’importanza dei lavori esposti.

Non hanno avuto paura i “pionieri”: lo stesso Fontana, in mostra con uno dei suoi Concetti Spaziali trafitti dalla luce al neon; Joseph Kosuth, che nel ’65 utilizza 4 luminose lettere bianche per formare la parola Neon; Martial Raysse, che col neon illumina il grande sogno Pop/Pubblicitario; Dan Flavin, il quale sviluppa la propria arte minimalista con installazioni di tubi al neon. Non ha avuto paura chi ha luminosamente tracciato cerchi, sfere, poligoni e poliedri: Stephen Antonakos, Stéphane Dafflon, Jeppe Hein, Bertrand Lavier, Jonathan Monk, François Morellet, Keith Sonnier… Né chi, col neon, ha costruito spirali (Nathalie Brevet e Hughes Rochette) o bianche nuvole di fumo (Pierre Malphettes). E tantomeno chi ha puntato sulle luci da allarme rosso, visualizzando scritte come T.error (Kendel Geers) e Pour Qui? (Piotr Kowalski). Non ha avuto paura chi, col neon, ha sovraesposto il proprio Ego concettuale: come Jeff Koons, con la sua pentola luminosa (Pot, the Pre-new series). Chi ha fatto letteralmente “parlare” la luce: Jason Rhoades, che ha appeso al soffitto parole e grumi di filo rosso. Chi è andato controcorrente sfruttando l’umorismo e i giochi di parole come Sylvie Fleury (High Heels on the Moon) e Alain Sèchas, irresistibile con la sua gatta Maryline al neon. E chi (Jean-Pierre Bertrand, Stefan Brüggemann, Claire Fontaine, Cerith Wyn Evans, Douglas Gordon, Laurent Grasso, Claude Lévêque, Alan Suicide Vega…), si è servito dei colori abbaglianti della luce per uccidere l’angoscia dell’unica sala buia dell’esposizione. Non ha avuto paura chi, alla fine, ha deciso di rompere e distruggere e profanare le luci al neon. Come Delphine Reist, che nel video Averse ha filmato un garage sotterraneo: illuminato e via via sempre più buio fino alla totale oscurità, quando anche l’ultimo tubo al neon è caduto dal soffitto per sparpagliarsi in mille frammenti, con un rumore assordante, sul pavimento.

Néon
Who’s afraid of red, yellow and blue?
Fino al 20 maggio, La Maison Rouge, boulevard de la Bastille 10, Parigi
tel. 0033-1-40010881
Catalogo La Maison Rouge, € 27


www.lamaisonrouge.org

www.artesia.eu

www.tgv-europe.com

www.franceguide.com

Foto: Martial Raysse, Snack, 1964, Art Digital Studio © 2009 Martial Raysse/ADAGP, Courtesy Fondation François Pinault
Claude Lévêque, Rêvez!, 2008 © Claude Lévêque, Courtesy de l’artiste et Kamel Mennour, Paris
Sylvie Fleury, High Heels on the Moon, 2005, Courtesy Galerie Mehdi Chouakri, Berlin

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