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Shepard Fairey in arte Obey

di Stefano Bianchi

E brava Sabina De Gregori. Dopo aver fatto lo “screening” a Banksy col libro Il terrorista dell’arte, la studiosa dei linguaggi del contemporaneo e della Street Art ci racconta vita, opere, segreti e miracoli di Shepard Fairey in arte Obey. Ossia dell’iper coreografico artista di Charleston, Carolina del Sud, classe 1970: stile grafico ispirato al Costruttivismo russo, traiettoria creativa che parte dal capillare “stickeraggio” del volto del “wrestler” francese André The Giant da un capo all’altro degli Stati Uniti, e raggiunge l’apice col ritratto/icona di Barack Obama tirato in più di 500.000 manifesti affissi ai muri di tutta l’America. «Shepard Fairey è riuscito negli anni a creare un nuovo modello di arte e di produzione, distruggendo le aspettative e intorbidendo le distinzioni fra arte e business», scrive la De Gregori nell’introduzione di questo intrigante saggio. «Ha usato il suo lavoro come piattaforma per affrontare questioni sociali in cui il messaggio finale è “mettere tutto in discussione". Ed è stato in grado di fare emergere le contraddizioni più evidenti del sistema resistendo attivamente ad ogni tipo di classificazione». Trasformando lo slogan di Marshall McLuhanThe medium is the message” nel proprio cavallo di battaglia, Obey fagocita messaggi di propaganda sociopolitica a colpi di “guerrilla marketing”. Lo fa, graficamente, senza menar cazzotti ma con garbo e un sottile “humour” che, alleati, sortiscono una dirompente forza espressiva: vedi il poster contro un nazistoide George Bush che recita “War is the answer” (2000); il manifesto del 2001 che ritrae la leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi; gli struggenti cartelloni di “Hope for Darfur”; l'esplosivo "Greetings from Iraq - Enjoy a cheap holiday in other people's misery".

E poi, “last but not least”, la musica: passione d’acciaio fin dall’adolescenza. «Adoro associare la mia arte con i musicisti che ammiro, e assemblare un album è anche un modo per far girare molto il mio lavoro», ha dichiarato Fairey. La copertina dell’antologico Mothership dei Led Zeppelin, ad esempio: «Cercavano da un anno la cover giusta. Prima di arrivare a me avevano chiesto a 10 artisti e a molti fotografi, senza riuscire a decidere. A 4 giorni dalla scadenza del lavoro mi hanno contattato e ho proposto loro qualcosa. Quando hanno visto il progetto di Mothership, hanno esclamato: “È questo, non cambiarlo!». Bob Dylan, Woody Guthrie, Johnny Cash, Neil Young, Jimi Hendrix, George Harrison, John Lennon & Yoko Ono. Il punk di Johnny Rotten, Sid Vicious, Joe Strummer e Ramones. Il rap di Grandmaster Flash e dei Public Enemy. Prince camuffato da Che Guevara. Il leone ruggente che griffa i SuperHeavy di Mick Jagger, Dave Stewart, Joss Stone, Damian Marley e A.R. Rahman… «Obey è più di un progetto, di un manifesto, di un’immagine, di uno spunto per un dibattito, di un esperimento, di un test di Rorschach. Più di un rinnovamento urbano e più dei graffiti», ha detto Jeff Penalty dei Dead Kennedys. «È un esempio vibrante e concreto di cosa è sognare qualcosa per poi viverlo veramente».

Sabina De Gregori, Shepard Fairey in arte Obey – La vita e le opere del re della Poster Art, Castelvecchi, Collana I Timoni, 214 pagine, € 24

www.castelvecchieditore.com

www.obeygiant.com

Foto: Hope
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