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Untitled Self Portrait
Untitled Lou Reed
Di che pasta sei fatto
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Doppio Schnabel

di Stefano Bianchi

Abituato al “pittore delle caverne” (è lui che ama definirsi così) che s’immerge con furore nel magma cromatico, ignoravo l’esistenza di Julian Schnabel fotografo che per molti anni ha scattato grandi Polaroids utilizzando un apparecchio panoramico 20 x 24 pollici, del 1970, ingombrante quanto un frigorifero. Così, è stato bello scoprire un lato inedito della versatilità del pittore e regista americano, che con estrema naturalezza passa dai bianchi e neri ai toni seppiati ritraendo se stesso e la sua famiglia, gli amici più cari e i perfetti sconosciuti, lo spazio di lavoro, i quadri appena dipinti, gli oggetti osservati distrattamente. Ogni sua singola, sforbiciata Polaroid ci permette di condividere il suo mondo, il suo privato, la sua quotidianità.

Le 80 fotografie in mostra a Milano (su alcune di esse l’artista è intervenuto dopo la stampa, diluendo ampie campiture di colore fino a tramutarle in quadri veri e propri) catturano gli ampi orizzonti di un interno, indugiano su espressioni e gesti, psicosomatizzano ogni stato d’animo. Eccolo, Schnabel (minuscolo come un moscerino, lui che viceversa è una montagna d’uomo), nel Self Portrait with Big Girl che lo ritrae nell’ampio salone della sua residenza accanto a uno dei suoi dipinti più famosi, Girl With No Eyes. Rieccolo, in primo piano, in un meditabondo autoscatto. Ed ecco uno dei suoi 5 figli, Olmo, immortalato dall’obbiettivo come fosse un “tuareg”. E Lou Reed, amico da una vita, nella visionaria serie di scatti che illustrarono nel 2003 uno dei suoi più intriganti album, The Raven, dedicato a Edgar Allan Poe. E ancora, il tenore Placido Domingo, il Pop artista Takashi Murakami, un Mickey Rourke tutt'altro che hollywoodiano ma che più “beatnik” non si potrebbe… «Una fotografia mi tocca quando apre i miei occhi per permettere a un particolare di raggiungere l’armonia». Sono pienamente d’accordo con te, Julian. Grazie per la sorprendente, inaspettata poesia delle tue Polaroids.

Julian Schnabel
Polaroids
Fino al 20 novembre, Fondazione Forma per la Fotografia, piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano
tel. 0258118067


www.formafoto.it

Julian Schnabel, in pittura, non colpisce di fioretto ma di spada. La sua è una forza titanica, una padronanza “epica” del pennello che gli consente di esprimere su tele d’imponenti dimensioni figure e astrattismi spiazzanti. Ci sono schegge dell’action painting di Jackson Pollock, nella sua arte. E rimandi al “graffitismo” di Cy Twombly. E fermi immagine della lezione di grandi maestri quali El Greco, Goya e Tintoretto. Schnabel non accarezza, aggredisce. Ma ogni tanto, nei suoi quadri “kolossal”, segni più sfumati interagiscono con l’evidenza fisica delle sue pennellate. A Venezia, più di 40 opere ne ripercorrono la carriera dagli Anni ’70 a oggi esibendo quell‘infinita varietà di tecniche e materiali (velluto, tela cerata, pezzi di legno, vele, fotografie, tappeti) che da sempre contraddistinguono la sua dirompente creatività.

Il prologo della mostra, gigantesco, si chiama Queequeg: oltre 4 metri di scultura bronzea, l’ultima di una serie iniziata nei primi Anni ’80 fra i monti di Chantarella. Poi, nell’affascinante cornice del Museo Correr è tutto un rincorrersi di metamorfosi, allitterazioni, sovrapposizioni. Il tema del mare, “leitmotiv” dell’arte di Schnabel, si concretizza nei Surf Paintings che si fanno metafora della libertà e nel capolavoro intitolato The Sea, realizzato con cocci di vasi messicani. Da qui ai Plate Paintings, creati sulle superfici di frammenti di ceramica, il passo è breve e glorioso. Il grande ritrattista, invece, si svela in opere come Portrait of Olatz (1993), Portrait of Father Pete (’97) e Portrait of Rula (2010), mentre l’interesse per la musica rock affiora nella scritta BEZ (in Bez #1 del 2010) riferita a Mark Berry, mascotte danzante degli Happy Mondays. Infine, a sintetizzare la molteplicità dei linguaggi cari all’artista nato a Brooklyn, ecco i 3 dipinti intitolati The Atlas Mountains su tela catramata scandita da segni di gesso e da briglie marocchine, che evocano paesaggi screpolati dallo scorrere del tempo, nonché Jack the Bellboy, Procession (for Jean Vigo) e Saint Sebastian – Born in 1951, ulteriori testimonianze di un talento inquieto, esplosivo, tumultuoso.    

Permanently Becoming
And The Architecture Of Seeing
Fino al 27 novembre, Museo Correr, piazza San Marco 52, Venezia
tel. 0412405211
catalogo Skira Editore, € 45


www.visitmuve.it

www.julianschnabel.com

Foto: Untitled (Self Portrait), 2008
Untitled (Lou Reed, Montauk Studio), 2002
© Julian Schnabel/Berheimer, Monaco
Untitled (di che pasta sei fatto), 2009, Collezione Barilla d’Arte Moderna, Parma,
Courtesy Marco Voena
 


 

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