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L'estetica del pop
Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?
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Invito alla lettura: L'estetica del pop (Andrea Mecacci)

di Stefano Bianchi

«Più ci dirigevamo a ovest, più sull’autostrada ogni cosa appariva pop. Improvvisamente sentivamo di far parte di qualcosa, perché anche se il pop era ovunque, per noi era la nuova arte. Una volta che diventavi pop non potevi più guardare un’insegna allo stesso modo. Una volta che pensavi pop non vedevi più l’America allo stesso modo di prima». Inizia così, in modo efficacissimo e cinematografico, il libro che Andrea Mecacci ha scritto sul pop, parola fra le più inflazionate del parlar comune. A parlare, in questo caso, è Andy Warhol che nel settembre 1963 a bordo di una Ford e in compagnia del suo assistente Gerard Malanga, dell’attore underground Taylor Mead e del pittore Wynn Chamberlain attraversa l’America da New York a Los Angeles. Sdraiato sul retro della station wagon, dove è stato sistemato un materasso, Warhol vede ipnoticamente sfrecciare sopra di sé luci, fili del telefono, insegne al neon. Durante il soggiorno losangelino, in un’intervista concessa insieme a Andy, Taylor Mead dicharerà: «Abbiamo appena attraversato il paese in automobile e dicevamo tutti e due: “Oh, che bella insegna della Coca-Cola”, oppure: “Che bella l’insegna di quel ristorante”. È veramente straordinario che per merito della Pop Art si possa scoprire un valore di un’insegna qualsiasi».

Pop, dunque. Contrazione di “popular”: fenomeno culturale che non è solo una voce della storia dell’arte (Pop Art), ma che ha scandito ogni aspetto della vita del secondo ‘900 (gusti, mode, stili, atteggiamenti) transitando dal gusto estetico individuale all’immaginario collettivo, dagli oggetti d’uso quotidiano agli ambienti metropolitani. Sviscerando il pop in ogni sua declinazione, Mecacci mette in fila capitolo per capitolo la Pop Music dei Beatles e la Pop Art degli inglesi e degli americani; Peter Blake che s’inventa la copertina dell'Lp Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Beatles) e Andy Warhol che realizza la banana per il primo disco dei Velvet Underground e fotografa i jeans di Sticky Fingers (Rolling Stones); gli spazi architettonici “consumabili” (da Disneyland alle mille luci di Las Vegas); il design plasticoso e la moda di Twiggy e di Edie Sedgwick; il cinema di Barbarella e di A Clockwork Orange; il pop iconico (Marilyn Monroe) e il pop archetipico (Elvis Presley); il pop postmoderno di Madonna e Michael Jackson. Alla fine di questo rutilante viaggio, rimangono incollate nella memoria soprattutto 2 frasi: «Il pop è amare le cose» (Andy Warhol) e «Il pop è il riflesso assoluto della società in cui viviamo» (Madonna). Come dar loro torto?

Andrea Mecacci, L’estetica del pop – Teorie e miti della cultura di massa, Donzelli Editore, 200 pagine, € 24.50

www.donzelli.it

Foto: Richard Hamilton, Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?, 1956, Kunsthalle, Tubinga

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