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Ballet des Pauvres
Pit-Stop
Frigo Duchamp
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Museum Tinguely, Basilea

di Stefano Bianchi

Rumori, soffi, ticchettii. Le “antimacchine” di Jean Tinguely (1925-1991) sbeffeggiano la società dei consumi basata sul profitto e sullo spreco. Perciò: non producono nulla. Funzionano e basta, sbuffando. Ha scritto un suo grande amico e ammiratore, Keith Haring, nei Diari: «Le opere di Tinguely sono incantevoli e accessibili a molti livelli. Piene di metafore su tutto (dalla Vita alla Morte, fino all'industrializzazione e ai suoi effetti sulla condizione umana), ti costringono (in ogni caso gentilmente) a vederle, sentirle, diventare parte di esse». A vederle una dopo l’altra, a decine, piccole, grandi e mastodontiche, sala dopo sala nel Museum Tinguely di Basilea progettato dall’architetto ticinese Mario Botta e circondato dal Solitude Park, sembrano invenzioni d’uno scienziato pazzo. C’è la Méta-mécanique del 1955, sopra un treppiede, che sembra la versione folle di una scultura di Alexander Calder. C’è l’Excavatrice de l'Espace (’58), con tanto di motore elettrico, assemblata in compagnia di Yves Klein. Trottinette, del ’60, è una micro-bicicletta ricavata da micro-rottami, mentre Frigo Duchamp (’60) non è nient’altro che un refrigratore dono del “ready-made-man”, che Jean s’è divertito a spruzzare d’argento e rosso sangue. E i “totem” del ’61 soprannominati Baluba? Tribali, filamentosi, metallici.

Teatrale, colossale, il Ballet des pauvres (’61) fa volteggiare nell’aria abiti, foulards, stole di pelliccia di volpe e paralumi. Poco più in là, ecco la ferrea Spirale del ’65 che somiglia alla versione aggraziata della falce e del martello. E Crocrodrome del ’77? Un dragone, le cui fauci si aprono e chiudono a ritmo lento. Potrei continuare ancora: fra mostri, automi e caricature, trovarobato da “marché aux puces” e scarti ossessivi, fino a cogliere la rombante bellezza di Pit-Stop (’84), gigantesca installazione fatta di carrozzerie di Formula 1, pneumatici e ingranaggi, o a percepire l’afflato poetico di Le Grand Oiseau Amoureux, variopinta scultura in poliestere eseguita da Niki de Saint Phalle e appoggiata su ruote e meccanismi “made by Tinguely”. Dalle sculture a motore ai tecnigrafi, dalle opere di ferri vecchi ai "macchinari" tinti di nero, dalle sculture giganti ai cicli "pandemonici", tutti i capolavori del geniale “nouveau réaliste” (che come Yves Klein, Martial Raysse, César, Jacques Villeglé, Christo, Gerard Deschamps, Niki de Saint Phalle, Arman, Christo e Mimmo Rotella prendeva "materiali desunti dalla realtà, anche quella più banale") abitano in questo museo pieno di suoni e di rumori che ha il potere di farti tornare bambino: con gli occhi pieni di stupore, il naso all’insù, ad ammirare quest’arte fiabesca, ironica, giocosa. Di seconda mano. Ma proprio per questo, terribilmente bella.       

Museum Tinguely
Paul Sacher-Anlage 2, Basilea
tel. 0041-61-6819320


www.tinguely.ch

www.svizzera.it

Foto: Ballet des pauvres, 1961, © Museum Tinguely, Basel
Pit-Stop, 1984
Frigo Duchamp, 1960
© Museum Tinguely, Basel, Donation Niki de Saint Phalle

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