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Mick Jagger. Le maschere di Narciso

di Peppo Delconte

Il culto d’un intramontabile del rock, dà sempre origine a una torrenziale produzione di immagini che entrano nella storia della fotografia, oltre che della musica. Ma il caso Mick Jagger è unico, probabilmente insuperabile. Il leader dei Rolling Stones, non è mai stato solo un personaggio del mondo musicale: fin dagli esordi quel mondo non gli è bastato. Anzi, nessun limite gli è parso accettabile... Così, il ripetersi dei rituali durante le grandi tournée esalta i suoi fans quanto le innumerevoli trasgressioni e i mille travestimenti della star londinese costituiscono parte essenziale del suo mito. Per un personaggio così camaleontico, il continuo rinnovamento dell’immagine è fondamentale quanto il “training” che gli consente alla sua età di essere ancora un atleta del palco. La cura del corpo, d’altronde, è un tutt’uno col fascino provocatorio del volto: quei labbroni, quelle espressioni strafottenti, quel fisico asciutto e scattante, da felino o da cobra in agguato… C’è, nel Jagger giovanissimo come in quello di oggi, qualcosa di minaccioso, di terribilmente mutevole e seduttivo...

Non sorprende, perciò, che un personaggio del genere abbia sempre ispirato i migliori talenti della fotografia. Gli scatti storici di diverse generazioni in mostra a Milano, si susseguono a raccontare le maschere di un ego sconfinato: dai primi ritratti degli Anni ‘60 firmati da Harry Goodwin, Gered Mankowitz e Jean-Marie Périer, alle straordinarie epifanie di Cecil Beaton; dalle immagini di un’affascinante maturità immortalata da Annie Leibovitz, Karl Lagerfield e molti altri, fino al volto felino di Albert Watson e alle rughe scolpite nei recenti lavori di Bryan Adams o di Anton Corbijn. Un caso a parte è costituito dalle rielaborazioni più complesse, in cui non ci si ferma più alla felicità dello scatto: vedi il “ritratto mitizzante” di Mick, realizzato da Andy Warhol nel 1975. È davvero una sfilata di grandi nomi dell’arte fotografica, che s’inchinano davanti al Modello Ideale, alla rockstar che più d’ogni altra ha saputo catturare il loro immaginario. Molti suoi colleghi hanno pagato il fascino del loro egocentrico mito con una morte precoce. Lui no. Lui è sempre sfuggito ai “rischi del mestiere” perché appartiene a una specie rarissima di Narciso che non muore, ma si trasforma di continuo. Nessuno, come Jagger, ha saputo affrontare lo scorrere del tempo con un misterioso istinto belluino. E anche (gli va riconosciuto) con una certa ironia. Basti ricordare la sua dichiarazione, durante la presentazione a Cannes del “docu-film” Stones In Exile: «Eravamo belli, giovani e stupidi. Ora siamo solo stupidi».

Mick Jagger. The Photobook
Fino al 13 febbraio, Fondazione Forma per la Fotografia, piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano
tel. 0258118067
Catalogo Contrasto, € 35

www.formafoto.it

Foto: Jean-Marie Périer, 1973
Herb Ritts, 1987
Albert Watson, 1992

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