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Roy Lichtenstein. Meditations on Art

di Stefano Bianchi

Nell’immaginario collettivo e sui posters, Roy Lichtenstein (1923-1997) è - e probabilmente rimarrà  - “il pittore che fa i fumetti”: ragazze al colmo del romanticismo, aviatori impegnati in battaglie ad alta quota, sparatorie, scazzottate, friggitrici e lavatrici. Soggetti che riprendeva da “comic strips”, inserzioni pubblicitarie, manuali per casalinghe. Eroi ed eroine “teenageriali” che ingigantiva sulle tele e corredava con gli assordanti Pow! Vroom! Bang! Crash! Whaam! tipici delle “strisce”. Eppure, quelle schegge di storie fumettose e quei dettagli rubati all’”advertising” che si sarebbero sposati alla perfezione coi neon intermittenti di Las Vegas, l’artista newyorkese li ha dipinti sì e no per 2 anni, nei primi ‘60. Dorothy, sua moglie, ha ammesso che non amava particolarmente i fumetti e tantomeno perdeva tempo a leggerli. I suoi pittori favoriti, piuttosto, erano Pablo Picasso e Paul Cézanne. E lui, prima di approdare alla Pop Art, si era dichiarato astrattista. Dunque, via libera al Lichtenstein che non ti aspetti. Quello che al di là della Pop fumettistica rivisita i capolavori dei grandi artisti: da Picasso a Matisse, fino a Léger, Monet e altri ancora. Il titolo dell’antologica alla Triennale di Milano, Roy Lichtenstein. Meditations on Art, è sintomatico. In mostra, 100 opere fra tele kolossal”, sculture, disegni e “collages” che dal 2 luglio si trasferiranno al Museum Ludwig di Colonia sotto il titolo Art as Motif. In pochi avrebbero immaginato che tra la fine degli Anni ‘40 e i primi ‘50 Lichtenstein osasse rielaborare dipinti dell’800 come Washington Crossing the Delaware di Emanuel Gottlieb Leutze e Emigrant Train di William Ranney, mixando la storia e la cultura a stelle e strisce col modernismo europeo. In più, si era messo a ritrarre cowboys, pellerossa e pionieri, e a ritrarsi da eroe leggendario. «Mi sentivo più vicino a una specie di cubismo realizzato alla maniera espressionista», spiega in un’intervista del ’91. «Spesso i miei lavori erano basati su quadri del West. L’intenzione era che fossero spiritosi. Potevano anche essere basati sull’opera di un altro artista, o poteva sembrare che lo fossero. In realtà erano influenzati da molti pittori: Picasso, Braque, Klee…». Scoccano gli Anni ‘60 ed ecco la svolta. Roy comincia a giostrare «quello che chiamavo espressionismo astratto. Iniziai a utilizzare come soggetti Donald Duck e Mickey Mouse. Prendere un tema screditato e inserirlo in un’opera d’arte, era assurdo e divertente». Paperino e Topolino, istintivamente graffiati da inchiostro, pastello e carboncino, entrano in cortocircuito con Jackson Pollock e Willem de Kooning. Gli eroi dei cartoni animati, all’improvviso, decretano la morte degli “action painters”. Utilizzando la loro gestualità, ne celebrano il funerale.

Nel ’61, il New York Times titola: “Roy Lichtenstein è oppure no il peggior pittore dei nostri tempi?”. Chiunque, dopo un colpo basso così, avrebbe seriamente pensato di ritirarsi. Lui, al contrario, inventa la Pop Art americana e perfeziona la sua tecnica che consisteva nel riportare su tela immagini riprodotte più volte, adottando uno stile che imitava la stampa tipografica. Scelta l’immagine di cui appropriarsi, ne faceva un disegno in scala ridotta che proiettava ingigantito sulla tela. E al momento della coloritura, ecco i famosi puntini ottenuti con mascherine, nastri adesivi, griglie metalliche. C’è un’opera emblematica, nel fascinoso percorso di Meditations on Art. Raffigura una lunga chioma bionda che somiglia a un punto interrogativo, l’occhio di una ragazza e una furtiva lacrima. Si intitola Girl with Tear (’77) ed è un “puzzle” di citazioni: da Claude-Nicolas Ledoux a Max Ernst e René Magritte, passando per Salvador Dalí e le Lacrime di vetro firmate Man Ray. Pablo Picasso, invece, è un sogno ricorrente che tocca Paintings: Picasso Head (’84), Still Life After Picasso (’64) e Femme d’Alger (’63). L'iper colorata e plateale finzione pop”, prosegue alternando simboli classici come il Laocoonte dell’88 invaso da corpose pennellate di colore e il Temple of Apollo del ’64; entra nella camera da letto di Vincent Van Gogh per tramutarla in “location” votata al design (Bedroom at Arles del ’92); esplora nudi e interni di Henri Matisse per poi palpare le Ninfee di Claude Monet e trasformare negli Anni ‘70 le nature morte (Still Life with Goldfish e Still Life with Crystal Bowl) in parossistiche vignette stile Walt Disney. Eccome se si diverte, Roy, quando cavalca l’energia futurista con il Red Horseman (’74) che “ricalca” l’omonimo dipinto di Carlo Carrà. È più caustico, invece, quando rielabora i codici espressionisti e si riempie gli occhi di spiritualità quando plana sui paesaggi delle antiche stampe cinesi e giapponesi (sublimi, fra Zen e Pop, le innevate Tall Mountains del ’96). La bidimensionalità senza chiaroscuro di questi capolavori si fa tridimensione nelle sculture dipinte e patinate: dall’Imperfect Sculture (’95) che cita Piet Mondrian, all’Endless Drip (’95) che dialoga con la Colonna infinita di Constantin Brancusi. E sono certo che Lichtenstein volesse strapparci un sorriso raffigurandosi nel Self Portrait del ’78 “mascherato” da 2 oggetti: 1 specchio e 1 t-shirt. Per non dire del portone d’acciaio (che chiude in bellezza la mostra) di 1 dei suoi 4 studi newyorkesi. Dipinto di giallo e trasformato in una fetta di formaggio Emmental. Più Pop di così!

Roy Lichtenstein
Meditations on Art
Fino al 30 maggio, Triennale, viale Alemagna 6, Milano
tel. 02724341
Catalogo Skira, € 69


www.triennale.it

www.lichtensteinfoundation.org

Roy Lichtenstein
Art as Motif
Dal 2 luglio al 3 ottobre, Museum Ludwig, Heinrich-Böll-Platz, Colonia
tel. 0049-221-22126165


www.museum-ludwig.de

CoolMag Tube: http://www.youtube.com/coolmagtube?gl=IT&hl=it#p/a/u/0/1QZq98UHwpk

Foto: Girl with Tear, 1977, Guggenheim Museum, New York
Self Portrait, 1978, collezione privata
Still Life with Goldfish, 1974, collezione privata
© Estate of Roy Lichtenstein

 








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