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Pop Life: Art in a Material World

di Stefano Bianchi

Eccoli qui, gli “artistoidi”. Gillo Dorfles li definisce così, quei manipolatori dell’arte che creano feticci «travisati o camuffati, impoveriti o artificiosamente aumentati, per così dire “gonfiati”». Fabbricanti di “arteffattoidi” (più che di opere d’arte) creano per imporre il loro “brand”. Andy Warhol, che la sapeva lunga in materia, proclamò che «il buon business è l’arte migliore». Dunque eccoli qui, uno dopo l’altro: Warhol che chiama Keith Haring che a sua volta chiama Jeff Koons e via via Damien Hirst, Takashi Murakami, Tracey Emin, Richard Prince, Maurizio Cattelan… Tutti insieme, appassionatamente, sotto le luci di quella ribalta che ne ha decretato il successo e le ipertrofiche quotazioni d’asta. Si sfila sul palcoscenico del business, per raccontare alla Tate Modern di Londra quella storia piena zeppa di dollari che parte dagli Anni ’80 e ancora oggi guarda alla cultura dei massmedia, infilandoci dentro pubblicità e marketing a orologeria. Pop Life: Art in a Material World, ci proietta nel cuore strategico dell’arte/kolossal e dell’artista che auto-mitizzandosi diviene celebrità. Lo show (elettrizzante, coloratissimo, che toglie il fiato), comincia ovviamente dall’arte warholiana dell’Andy televisivo, imprenditoriale, dei paparazzi. Quello che ritrae su commissione le “celebrities” (dopo averne scattato la Polaroid) che sono lo specchio della vacuità, dell’apparenza. Quello che per “fare cassa” riprende le icone Pop degli Anni ’60 e le trasforma cinicamente in Retrospectives e Reversals.

Jeff Koons (la multinazionale Koons), viene colto in fallo sul Made in Heaven che debuttò alla Biennale di Venezia del 1990. Lui e Cicciolina a luci rosse, vai col kamasutra. Arte da “voyeurs”, da “peep show”. Da Pop Shop, invece, è il graffitismo fumettoso di Keith Haring. Arte “gadgettistica” stampata su t-shirts, giocattoli e spillette per attrarre quanta più “audience” possibile. Keith inaugura il suo supermarket nell’86, a New York, in Lafayette St. E questa mostra/monstre ce lo restituisce tale e quale, ricostruito fin nei minimi particolari come lo shop londinese di Tracey Emin e Sarah Lucas, in Bethnal Green, dove le opere dell’una e dell’altra si vendevano come il pane. Storie di Young British Artists. Come Damien Hirst, il mago della formaldeide. L'imbalsamatore di squali tigre, pecore e vacche. Lo scultorebluff” di teschi tempestati di diamanti. L’apoteosi del “businessman”, che dopo aver (stra)abusato della morte si ritrova con le quotazioni ai minimi storici e i nuovi quadrida vero pittore” sbeffeggiati dai critici. Maurizio Cattelan, al contrario, va che è una bellezza. Mentre alla Tate c’è un cavallo stramazzato al suolo con la scritta INRI, Him (la scultura di Adolf Hitler in preghiera) è stata venduta fuori asta a quasi 10 milioni di dollari. Del resto, l’ha sentenziato l’Economist, il valore di Cattelan aumenta grazie “al suo acuto senso dell’assurdo e del tragico”. Come la nippo-arte da showroom di Takashi Murakami, epilogo della mostra. The Show must go on.   

Pop Life: Art in a Material World
Fino al 17 gennaio 2010, Tate Modern, Bankside, Londra
tel. 0044-20-78878888
Catalogo, £ 19.99


www.tate.org.uk

Foto: Ricostruzione del Pop Shop di Keith Haring (1986), © EPA
Maurizio Cattelan, Untitled, 2009, © Yui Mok/PA
Takashi Murakami, 2009, © everydaylife.style

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