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Né dans la rue - Graffiti

di Stefano Bianchi

Escludendo quelle “tags” che insozzano i muri delle nostre città, il Graffitismo è ormai entrato a far parte della cultura universale. Eppure, nonostante l’immensa popolarità, questa scheggia (spesso illegale) di contemporaneo continua a evolversi nella periferia dell’arte col risultato di diffondere al grande pubblico poco o nulla delle sue origini. Né dans la rue – Graffiti, esposizione kolossal in scena alla Fondation Cartier di Parigi, ha una “mission” ben precisa: delineare i contorni di questa vasta e complessa forma d’espressione che coinvolge una miriade di tecniche, idee, stili. Tutto ha inizio a New York, alla fine degli Anni ’60. E viene documentato nella prima sezione della mostra con opere, schizzi, suoni, video, foto, ritagli. Nella Big Apple sull’orlo della bancarotta, c’è un piccolo esercito di 16/18enni ispanici e afroamericani che scrivono i loro nomi sui muri degli edifici e sugli autobus. A pennarello, poi con la vernice a spray, il “writing” è un passaparola che si allarga a macchia d’olio: dal quartiere di Washington Heights, al Bronx, fino a Brooklyn. Il movimento, figlio della “working-class”, comincia da “tags” seguite da numeri civici: Julio 204, Taki 183, Joe 182… A partire dal 1971, i “writers” scelgono come “tela” i vagoni della metropolitana: prima gli interni e poi, a poco a poco, gli esterni. Per essere visibili a tutti, trasformano la “tag” in un contorno dentro il quale dipingere stelle, frecce, simboli ribelli. P.H.A.S.E. 2, Blade, Kase 2 e Dondi, lavorano di notte. Rischiano la pelle e la galera. Riempiono la “subway” col loro stile grafico.

Fra la fine dei Seventies e i primi Eighties, il mondo dell’arte si interessa ai graffiti: Lee, Fab Five Freddy, Futura, Lady Pink, Crash e Daze mettono in mostra le loro prime tele nel Bronx (alla Fashion Moda di Stefan Eins) e nel Lower East Side (alla Fun Gallery di Patti Astor). Lavorano nei capannoni, sperimentando nuove tecniche. In simultanea, Jean-Michel Basquiat e Keith Haring mettono la loro esperienza al servizio della strada. Flirtano con la breakdance e l’hip-hop.  Entrano in contatto col punk e la new wave (Clash, Blondie, Lounge Lizards). IGTimes, la prima fanzine che focalizza la “contemporary urban youth culture”, riesce a circolare in poche copie anche in Europa (Parigi, Londra, Amsterdam), dove la Graffiti Art sta muovendo i primi passi. Ma è sempre New York, nonostante le crociate anti-graffiti, il cuore pulsante del movimento. Nella seconda metà degli Anni ’80, è pronta la nuova generazione di “street artists”: JonOne, West, Ghost, SaneSmith, Sento, Reas, Wane. Che mutano, più che mai, il “visual landscape” della Grande Mela. Paesaggio visuale che nella seconda sezione di Né dans la rue “divora” letteralmente gli spazi della Fondation Cartier con “affreschimonumentali di P.H.A.S.E. 2, Seen e Part One, nonché installazioni (in giardino, sulle vetrate dell’edificio) di 10 graffitisti di varie nazionalità: Basco Vazko (Cile), Cripta (Brasile), JonOne (USA), Olivier Kosta-Théfaine (Francia), Barry McGee (USA), Nug (Svezia), Evan Roth (USA), Boris Tellegen/Delta (Olanda), Vitché (Brasile), Gérard Zlotykamien (Francia).

Né dans la rue – Graffiti
Fino al 29 novembre, Fondation Cartier pour l’art contemporain, boulevard Raspail 261, Parigi
tel. 0033-1-42185650
Catalogo Fondation Cartier, € 38.50


www.fondation.cartier.com
 
CoolMag Tube: http://www.youtube.com/coolmagtube?gl=IT&hl=it#p/u/5/fJXem39DSgc  

Foto: Barry McGee, Untitled, senza data, © Barry McGee
Part One, Preparatory Sketch, 2009, © Part One
JonOne, The New Face of America, 2009, © Peter Gosset, © JonOneRock/Adagp, Paris, 2009

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