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Solomon R. Guggenheim Museum, New York

di Redazione

Senz’altro conoscete la collezionista d’arte Peggy Guggenheim (1898-1979). Da qualche anno a questa parte, l’editoria ci regala biografie più o meno attendibili sulla sua straordinaria e discussa vita. Pochi, invece, conoscono la storia di suo zio: Solomon R. Guggenheim (1861-1949), l’industriale americano che dalla fine degli Anni ’20 iniziò a collezionare opere d’arte. L’audace pensionato di lusso, ritiratosi placidamente a New York, dedicò il resto dell’esistenza a coltivare la passione sbocciata nel ‘37 a un “vernissage” dove mise in mostra parte della sua raccolta. Ma lo spazio nel lussuoso appartamento del Plaza non era più sufficiente per mostrare a tutti le innumerevoli opere d’arte. Istituì allora la Solomon R. Guggenheim Foundation e nel ‘41 invitò l’architetto Frank Lloyd Wright a progettare una struttura permanente in grado di accogliere capolavori di Marc Chagall, Fernand Léger, Amedeo Modigliani, Pablo Picasso e altri notabili dell’arte. Dopo 16 anni e 700 disegni, il museo venne inaugurato il 21 ottobre 1959: ma senza Solomon e senza Frank, nel passati nel frattempo a miglior vita. Ciò che ha lasciato il mecenate al mondo intero, è un tesoro che negli anni si è rivalutato e arricchito di donazioni: ad esempio, le collezioni di Giuseppe Panza di Biumo, di Hilla Rebay (primo direttore del museo) e della Fondazione Bohen che include opere di contemporanei quali Sam Taylor-Wood, Sophie Calle e Hiroshi Sugimoto. Ma soprattutto, Solomon R. Guggenheim ha tramandato ai posteri l’appeal di un museo talmente innovativo da far sembrare il vicino Metropolitan Museum of Art «simile a una baracca protestante», dichiarò con orgoglio e un pizzico d’arroganza Frank Lloyd Wright.

Il Guggenheim Museum, che compie 50 anni, è stato pensato come una Torre di Babele rovesciata: col significato simbolico di voler riunire i popoli attraverso l’arte. Un’architettura organica, che ha come idea trainante il rifiuto della ricerca estetica o del semplice gusto superficiale. Al contrario, a concretizzarsi è l’armonia fra uomo e natura: nelle fioriere che trovate all’ingresso sulla Fifth Avenue, dove potete tranquillamente accomodarvi; e nel grande oggetto curvo che incombe sul marciapiede sottolineando un motivo d’invito e partecipazione. Ma sono gli spazi interni, soprattutto, ad affascinare: con quella spirale che ricorda il ventre materno dell’arte, costituito da 6 piani di gallerie. Un’articolazione da percorrere partendo dall’alto e procedendo verso il basso, fino a ricongiungersi con lo spazio da cui si parte. Ci si trova, in buona sostanza, al centro dell’arte: in un “grande utero” che dialoga con le opere appese alle pareti, dove non c’è distinzione fra quadri da ammirare (in quanto appesi al muro) e il muro stesso. Nessun altro museo è riuscito a regalarmi una simile esperienza. E nessun altro spazio newyorkese è così impregnato d’arte: a partire dal marciapiede, dove si paga il biglietto d’ingresso. Proprio là fuori, più di 20 anni fa, passeggiava con un clarinetto sotto braccio un ragazzo di origini haitiane. La sua camminata solitaria si è trasformata in una delle principali scene di Downtown 81, il film ideato e diretto dal fotografo ticinese Edo Bertoglio. Il protagonista, all’epoca pressochè sconosciuto, si chiamava Jean-Michel Basquiat. Chissà se il Guggenheim, festeggiando il suo compleanno, terrà a battesimo un altro artista… Prima di entrare, date un’occhiata di fronte al marciapiede. Forse quel tizio che passeggia laggiù…

Solomon R. Guggenheim Museum
1071 Fifth Avenue (at 89th Street), New York
tel. 001-212-4233500


www.guggenheim.org

Foto: Solomon R. Guggenheim Museum Restoration Completion,
 © David Heald, The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York
Bruce Nauman, None Sing Neon Sign, 1970, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Panza Collection, © David Heald
Roy Lichtenstein, Grrrrrrrrrrr!!, 1965, Solomon R. Guggenheim Museum, New York, Gift of the artist, © Estate of Roy Lichtenstein





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