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Le Grand Monde d'Andy Warhol

di Stefano Bianchi

Parbleu! Nella retrospettivamonstre” che Parigi dedica a Andy Warhol, non c’è traccia della Campbell’s Soup, e tantomeno della Brillo Box. Eppure, in uno dei saloni del Grand Palais il pezzo da novanta è la Coca-Cola del 1962: 1 metro e 76 x 1 metro e 37 di sublime Pop Art. Gran bel corpo estraneo, dal momento che Le Grand Monde d’Andy Warhol racconta le facce. Tante. Meravigliose e trascurabili. Increspate da sgocciolature e ampie pennellate di colore, o rese algide da piatti cromatismi. Quindi, la bibita più bevuta al mondo non c’entra nulla. Come la Big Electric Chair (’67-‘68) appesa sul finale della mostra e le argentee Silver Clouds (’66) che accompagnano i visitatori all’uscita. 3 opere fuori tema. Dovendone giustificare la presenza, non valeva forse la pena aggiungere il barattolo di zuppa e lo scatolone di pagliette? Allora sì, che l’immaginariowarholiano” sarebbe stato più “glamour”… Ma tant’è. Le 250 opere esposte, valgono comunque il prezzo del biglietto e oscurano la fama di Portraits of the 70’s, l’evento che giusto 30 anni fa mise in fila 50 ritratti al Whitney Museum of American Art di New York. Facce, dunque. La rappresentazione del volto umano, cuore dell’arte pittorico/fotografica di Warhol. Il quale, ricordiamolo, affermò che «tutti possono essere famosi per 15 minuti». Compresa la militante femminista Valerie Solanas, che nel ’68 si guadagnò un quarto d’ora di notorietà sparandogli addosso.

Nel ’48, l’artista di Pittsburgh si autoritrae ventenne con un dito infilato nel naso (altro imperdibile pezzo della mostra). Poi, con un paio di occhiali da sole (’63-’64), pensieroso (’66-’67), in compagnia di un teschio (’78), con parrucca cespugliosa e sguardo da zombie (’86). Gioca a fare l’icona di se stesso. L’auto-testimonial. Le facce degli altri, dopo averle ritagliate dai rotocalchi, comincia a ritrarle a partire dal ’62 (Marilyn Monroe) per poi griffare gli Anni ’60 a pennellate di Liz Taylor, Jackie Kennedy, Marlon Brando, Elvis Presley. Capolavori che continuano ad emozionare. Dal ’67 fino all’87, anno della sua morte, ritrae su commissione (dopo averne scattato la Polaroid) dozzine di personalità, famose o pressochè sconosciute alla massa, che sono lo specchio d’un mondo schiavo dell’apparenza. Il nullaglamorous” che fa rima con ciò che Warhol disse di se stesso: «Se volete sapere tutto di me, basta guardare la superficie dei miei dipinti, dei miei films, e me stesso. Non c’è nulla, dietro la facciata». E su quella vacua superficie, nel ’73, mette in caricatura Mao sino a trasformarlo in una clownescadrag queen” (i travestiti, quelli veri, li ritrarrà 2 anni dopo nella memorabile serie Ladies and Gentlemen). Politici, rockstars, miliardari, fotomodelle, mercanti d’arte, divi di Hollywood, pittori, teste coronate. È questo, il Grande Mondo di Andy Warhol. Un’ipnotica fiera delle vanità che declina Man Ray e Brigitte Bardot, Keith Haring e Giovanni Agnelli, Jean-Michel Basquiat e Sylvester Stallone, Mick Jagger e Leo Castelli, Giorgio Armani e Judy Garland, Lady Diana e i 10 ebrei del 20° secolo: da Albert Einstein ai Marx Brothers, passando per Golda Meir e George Gershwin. Alla fine, inevitabilmente, le luci delle “celebrities” si spengono. La “finzione” (parola che Andy Warhol avrebbe voluto incidere sulla propria tomba), muore. E nel silenzio, ciò che rimane è il volto di Cristo. Isolato dall’Ultima Cena. Moltiplicato per 112 volte.

Le Grand Monde d’Andy Warhol
Fino al 13 luglio, Galeries Nationales du Grand Palais, Entrée Clemenceau, square Jean-Perrin, Parigi
tel. 0033-1-44131717
Catalogo RMN éditions, € 45


www.grandpalais.fr


America – Un diario visivo

Ipnotizzati dal pop-artista, spesso ci dimentichiamo dell’Andy Warhol cronista” che con ironia e non poche gocce d’arsenico ha saputo descrivere il mondo a stelle e strisce del “glamour”, dell’apparenza, del pettegolezzo. Scritto nel 1985, America è il racconto giocato su immagini e parole che conclude la trilogia inaugurata nel ’75 con The Philosophy of Andy Warhol e proseguita nell’80 con POPism. Diviso in capitoli intitolati come le più famose riviste americane (People, National Geographic, Natural History, Vogue, Life), il libro punta sui classici aforismi warholiani come testimonianza definitiva dell’artista nei confronti del suo paese. “Tutti hanno una propria America”, scrive Warhol. “Tutti hanno frammenti di un’America immaginaria che credono esista ma che non possono vedere”.

La sua, di America, è un assemblaggio di icone, prodotti commerciali e divismo infilato negli Anni ’80 dell’effimero per eccellenza e movimentato da fotografie in bianco e nero che ne descrivono il caos metropolitano e la solitudine degli immensi spazi (“Forse tra la gente di campagna incontri un vecchio: i figli ormai grandi si sono trasferiti, la moglie è morta da un po’, ha passato anni e anni a vivere nel bel mezzo del nulla, completamente separato da tutto il resto”) in un andirivieni di “discount” (“A guardare le vetrine dei negozi ci si diverte un sacco perché si possono vedere tutte queste cose ed essere felici di non avercele a casa stipate dentro armadi e cassetti”) e celebrità (“Adoro quando si chiede agli attori ‘Che stai facendo ora?’ e loro rispondono ‘Sono tra un ruolo e l’altro’. Questa di vivere ‘la vita tra un ruolo e l’altro’ è la mia frase preferita”), culturisti e miss da quattro soldi. Portando alle estreme conseguenze l’”Io non cerco. Trovo” pronunciato da Pablo Picasso, Warhol eleva la banalità a dogma assoluto. E ce lo racconta in maniera eccentrica. Con qualche tocco, a sorpresa, di crepuscolarismo.

Andy Warhol, America – Un diario visivo, Donzelli Editore, Collana Saggine, 130 pagine, € 15.50

www.donzelli.it

Foto: Brigitte Bardot, 1974, collezione privata
Triple Elvis, 1963, collezione privata
© 2009 Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc. / ADAGP, Paris, 2009

         

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