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Cinema in Dvd: François Truffaut

di Redazione

1932. Il 6 febbraio, Jeanine de Montferrand dà alla luce un bambino. Il suo nome è François. 1956. Esce E Dio creò la donna di Roger Vadim. 1959. Il giovane Antoine Doinel è un ragazzo irrequieto. Il suo rapporto con l'autorità di genitori e istituzioni, è problematico. Tra un furto e qualche assenza ingiustificata di troppo, si troverà abbandonato in un riformatorio. Non ci sarà risoluzione del conflitto, ma solo una fuga verso il mare. Questo ragazzino presto famoso, si fa interprete d’una agitazione non solo politica, ma soprattutto culturale da cui la futura Nouvelle Vague trarrà innumerevoli fonti d’ispirazione. Le vicende di questo ragazzo, daranno a François Truffaut il premio come miglior regia al Festival di Cannes. 1962. La bellissima e irreale Catherine, è l'ultima romantica. Del romanticismo, trattiene l'accento sulla passione e la carica eversiva. Negli anni delle rivoluzioni, il suo amore è triangolare. Sogno di una realtà alternativa, quanto poetica e affascinante, che andrà a sbattere contro il muro della realtà e della guerra. La speranza di un mondo altro e la disillusione. 1968. Mentre sulle strade il mondo sta mutando, il meno giovane Antoine Doinel continua faticosamente a cercare un posto nella società. Quando sembra trovarlo, quando sembra trovare anche l'amore, una frase e un finale carico di mistero ci ricordano di una realtà in continua evoluzione in cui “trovare un posto” è un'equivalenza fra termini contraddittori.

Storie destinate a intrecciarsi. Storie che il lettore-spettatore troverà su qualsiasi manuale, o storia del cinema, che si rispetti. Perché la cambieranno. La prima è la nascita di François Truffaut. Ragazzo, uomo, spettatore, cinefilo poi regista rivoluzionario. La seconda è la nascita, nella datazione ufficiale, della Nouvelle Vague. Nome familiare a molti, fenomeno chiacchieratissimo, fulmine a ciel (non troppo, e penso al “free cinema”) sereno. Data chiaramente arbitraria, mendace come ogni periodizzazione, ma simpatica. Perché si tratta di un film che non ha nulla da dire, e se ne fa un vanto. Un film che è fatto male, e se ne fa un vanto. Qualcosa sta cambiando. Le altre 3, sono le storie di 3 pellicole del regista francese: pietre miliari della sua cinematografia e vicende familiari nei ricordi di tanti spettatori. Sono I 400 colpi, Jules e Jim e Baci rubati. Gioielli, tendenzialmente piccoli, che parlano in maniera dolcissima al cuore umano. Ma qual è la carica rivoluzionaria che queste vicende silenziose e per nulla violente si portano dietro? Ebbene: quella forza, quella rabbia invisibile è la stessa che ha reso possibili oggi films come The Millionaire o addirittura Mulholland Drive. Quando François comincia a scrivere insieme ai suoi amici su una certa rivista di nome Cahiers du Cinema, la pratica e la critica cinematografica già odoravano come una stanza in cui da troppo nessuno s’è degnato di aprire la finestra. Ma un manipolo di ragazzi trasgressivi, fra cui (non dimentichiamolo) un certo Jean-Luc Godard, sfondano finestre, porte e muri portanti. Cominciando a scrivere che i western americani sono migliori di qualsiasi pseudo-intellettuale film di qualità francese girato fra 2 mura e ispirato a qualche vecchia piéceteatrale. Scrivendo che il cinema è un linguaggio, la “camera-stylo”, e quell'artista che è il regista ha il diritto di scrivere come più gli piace. Portando il cinema in mezzo alla strada, girando films con piccole videocamere, infrangendo ogni regola registica. Basta coi campi e contro-campi. Basta con la successione Campo lungo-Piano americano-Primo Piano. Il cinema non è una professione, ma un'arte e soprattutto una passione. François si definirà - sin dalle sue prime righe, sin dalle sue prime inquadrature - un “cinephile”. Termine francese che subito divenne inflazionato, si trasformò in fenomeno sociologico, ma che fu dapprima e innanzitutto una struggente passione. E di questa passione, di questo amore, di questa rivoluzione il nostro lettore-spettatore troverà significative tracce in questa raccolta delle opere del regista francese. Tra le vicende del piccolo Antoine, gli amori di Catherine, Jules e Jim, nella poesia con cui vengono narrati, una poesia ingenua, ma mai banale. Come l'amore di un bambino che si appresta a “faire le quatre cents coups”, Ovvero, a combinarne di tutti i colori. Noi staremo dalla sua parte.

www.bimcineclub.com


Le Grand Noir e il cinema di Truffaut
di Peppo Delconte

Un regista di grande talento come François Truffaut (1932-1984), ha ripetuto molte volte nei suoi racconti cinematografici lo stesso tipo di episodio: lo svenimento. Uno stratagemma del tutto particolare che ha finito col diventare una caratteristica delle sue sceneggiature, quasi un marchio di fabbrica. Ma qual è il vero significato di questi episodi? Fuga dalla realtà, congedo simulato, attrazione dell’abisso, “performanceerotica? E perché mai Truffaut sentiva il bisogno di utilizzare così spesso questo evento nel percorso esistenziale dei suoi personaggi? Queste le domande che hanno spinto il critico cinematografico Mauro Marchesini a dedicare all’argomento uno stimolante volumetto: Le Grand Noir – Mancamenti e corpi addolorati nel cinema di François Truffaut.

Nonostante qualche eccesso di linguaggio da ”cinephile”, Marchesini ci conduce attraverso un’affascinante esplorazione che si sviluppa nei 5 capitoli centrali dove si esaminano altrettanti films con indimenticabili scene di svenimenti. Si comincia da Fahrenheit 451 (l’unico in cui sviene un personaggio maschile), si prosegue con lo struggente Le due inglesi, poi con il tormentato Adele H (una Isabelle Adjani resa folle da un amore impossibile), quindi con L’ultimo metrò (dove la caduta di un’ambigua Catherine Deneuve avviene sul palcoscenico di un teatro) e infine con La signora della porta accanto (una tragica e conturbante Fanny Ardant). 5 capolavori realizzati tra il 1966 e l’81, nel pieno della stagione creativa di Truffaut. Ma il libro, invoglia a ripercorrere l’intera sua opera. È vero che, come sostiene lo scrittore Edoardo Albinati (un esperto in materia), «sullo svenimento aleggia sempre il sospetto della simulazione». In ogni caso, veri o simulati, i vuoti di coscienza sono sempre diversi: non ne esistono 2 perfettamente identici nella realtà. E così accade anche nei films del regista francese. Tuttavia, nella diversità degli episodi, affiora un segnale comune a tutte le sceneggiature: in ogni personaggio, l’incidente della perdita di coscienza coincide con un picco emotivo e tale diventa anche nella psiche dello spettatore. Magia di un “filmaker” che sapeva bene come incantare il suo pubblico.

Mauro Marchesini, Le Grand Noir e il cinema di Truffaut – Mancamenti e corpi addolorati nel cinema di François Truffaut, Le Mani Editore, Collana Extralights, 170 pagine, € 10

www.lemanieditore.com

Foto: BIM
Le Mani Editore



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