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Haring Untitled
Happy Face by Haring
Burning Skull by Haring
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Keith Haring? Senza Radiant Baby

di Stefano Bianchi

Meno male che non c’è il Radiant Baby. Nulla da eccepire, per carità. Ma indirizzare l’ennesima retrospettiva di Keith Haring (1958-1990) sull’icona delle icone (il “bambino coi raggi”, appunto: tratteggiato col gessetto nelle stazioni della metropolitana di New York, e poi trasformato in “gadget” da Pop Shop), avrebbe significato pescare nell’ovvio senza rendere giustizia al geniale eclettismo del graffitista con gli occhiali da “nerd”. E per fortuna, pensando proprio ad Haring per il lancio di Vecchiato Art Galleries (che dopo Padova raddoppia a Milano), si è deciso di escludere cani, dischi volanti, computers, televisori, serpenti e piramidi. Cioè gran parte di quegli “ideogrammi Pop” che hanno scandito l’Haring-pensiero sprigionando natura, potenza, tecnologia disumanizzante, energia, pericolo, vetuste civiltà. Quindi, eliminando tutte le opere straviste, si è preferito puntare su una ventina di lavori atipici” realizzati dal 1981 all’88. Pezzi forti, coinvolgenti, ideati con materiali e supporti diversi (inchiostro, acrilico, acquaforte, smalto, carta, cartone, acciaio, alluminio, legno intagliato) che sottolineano in chiave inedita lo stile dell’artista, costantemente in bilico fra graffitismo e art brut.

A svelarsi, finalmente, è il Keith Haring “contaminato” da una totale libertà d’espressione: il pittore e scultore che si permette il lusso di accostare mito e contemporaneità con un’avviluppante testa di Medusa, per poi incidere sul metallo creature rubate alla preistoria. Che realizza in acrilico su polistirene un fumettoso cuore rosa e incide sul legno il corpo di un omino stilizzato, con una grossa mano al posto della testa. Che scolpisce diabolicamente un teschio in fiamme e crea una maschera tribale di cartone, esteticamente perfetta. Che dà vita a un Re e a una Regina d’acciaio (pensando ad Alberto Giacometti?), per poi metterti kappaò a un passo dal “ready-made” con quell’irresistibile Happy Face eseguita su 2 ante di legno dipinte con acrilico. Nell’84, Haring dichiara: «L’arte vive nell’immaginazione di chi la guarda. Senza questo contatto, l’arte non esiste. Mi considero un produttore di immagini del 20° secolo, e ogni giorno cerco di capire le responsabilità e le implicazioni che questa scelta comporta. Mi è ormai chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi, ma esiste per tutti noi. Ed è questo, che continuerò a perseguire». Parole sacrosante, avvalorate dall’elettrizzanteappeal” di questa mostra.
    
Keith Haring
Fino al 30 giugno, Vecchiato Art Galleries, via Santa Marta 3, Milano
tel. 0239661104
Catalogo Vecchiato Art Galleries, € 30


www.vecchiatoarte.it
 

Foto: Untitled, 1984
Untitled (Happy Face), 1987
Untitled (Burning Skull), 1987

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