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Un ritratto copertina
Rauschenberg a Villa Borghese
Performance Elgin Tie
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Robert Rauschenberg. Un ritratto

di Stefano Bianchi

«Mi ci vollero un mese e una quarantina di gomme da cancellare per eliminarlo completamente, ma alla fine funzionò. Il risultato mi piacque. Mi sembrava un’opera d’arte a tutti gli effetti, creata con la tecnica della cancellatura». Solo il genio e la pungente ironia di Robert Rauschenberg (1925-2008) avrebbero potuto annientare nel 1954 un disegno di Willem de Kooning, maestro dell’Espressionismo Astratto. Lo dimostra il caustico gioiello intitolato Erased de Kooning Drawing. La frase, che immagino l’artista texano abbia pronunciato con un sorriso sulle labbra, è un prezioso granello di sabbia nell’oceano di racconti, aneddoti e informazioni che il critico d’arte (e grande amico) Calvin Tomkins ha raccolto nel volume Robert Rauschenberg. Un ritratto, pubblicato in America nel 1980 come Off The Wall. A Portrait Of Robert Rauschenberg, ristampato e riveduto nel 2005 e aggiornato sugli ultimi giorni del neo-dadaista in esclusiva per i lettori italiani. Appunto. New Dada. Dopo aver dipinto monòcromi bianchi con un rullo intriso di vernice. E poi monocròmi neri: «In quelle opere c’era tanto da vedere ma poco di esibito. Volevo dimostrare che un dipinto può avere la dignità di non richiamare l’attenzione su se stesso, che può essere visto soltanto se lo si guarda sul serio».

E allora via dal colore-colore e spazio ai Combines neodadaisti che “uccidono” l’Action Painting e al tempo stesso lo mitizzano, fra pennellate post-Pollock e oggetti ritrovati: un letto con cuscino, lenzuola e coperte imbrattati di colori e poi pezzi di legno, fili metallici, animali impagliati. Cianfrusaglie. L’esasperazione geniale del “ready-made”. E poi, ancora, la Pop Art prima della Pop Art, con quelle bottigliette di Coca-Cola alate e l’immagine di John Fitzgerald Kennedy rubata ai massmedia. 1, 100, 1000 Rauschenberg: che eruttano da questa documentatissima, affettuosa biografia affollata di talenti e personaggi che gli ruotavano attorno: il coreografo di danza contemporanea Merce Cunningham, lo sperimentatore sonoro John Cage, il “rivaleJasper Johns e Cy Twombly, galleristi quali Leo Castelli, Ileana Sonnabend, Betty Parsons, Charles Egan... Il grande Bob, dal principio alla fine. Il vincitore del Gran Premio Internazionale di Pittura alla Biennale di Venezia del ‘65, e lo spirito libero che nel ’70 fugge dalla pazza mondanità di New York per rifugiarsi nel silenzio di Captiva Island, in Florida. E il “performer”,  lo scenografo, l’instancabile viaggiatore che in Nordafrica ipotizza piccolicollages” e insoliti oggetti dall’aspetto primitivo e li concretizza in scatole bizzarre e piccoli manufatti che vengono venduti a prezzo stracciato in una mostra/happening alla Galleria dell’Obelisco di Roma. E sempre in Italia, a Firenze, su consiglio di un critico si dice abbia gettato nell’Arno un fagotto pieno di queste opere. Ricorda Calvin Tomkins: «Il critico descriveva come, recandosi all’esposizione, fosse passato accanto al Museo degli Uffizi e ai suoi tesori, avesse rivisto il Duomo, il campanile e i grandi monumenti della città, culla della più nobile tradizione artistica, per giungere infine a quello che definiva ‘il caos psicologico’ in mostra alla Galleria d’Arte Contemporanea. La sua conclusione, dopo una lunga tirata piena di sarcasmo, fu che le opere di Robert Rauschenberg erano da gettare nell’Arno». Peccato che quel critico non si fosse reso conto che Bob Rauschenberg era già una leggenda. Ma vivaddio, c’è questa indispensabile biografia a testimoniarlo.

Calvin Tomkins, Robert Rauschenberg. Un ritratto, Johan & Levi editore, 300 pagine, € 29

www.johanandlevi.com    

Foto: Robert Rauschenberg e Graziella Lonardi Buontempo a “Contemporanea”, parcheggio di Villa Borghese, Roma, 1973
Rauschenberg si esibisce in “Elgin Tie”, Moderna Museet, Stoccolma, 13 settembre 1964, © Stig T. Karlsson

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