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Figuration Narrative

di Stefano Bianchi

Parigi, fine Anni ’50. La fine di un certo genere d’arte. Avanguardie come l’Astrattismo e il Surrealismo, dal 1945 dominatrici assolute della scena, ormai non hanno più argomenti da esporre. All’alba degli Anni ’60, nella capitale francese, giovani artisti tracciano la via d’una nuova figurazione dipingendo immagini ispirate ai fumetti, ai graffiti sui muri, alla pubblicità. Nell’estate del ’64, il critico d’arte Gérald Gassiot-Talabot e i pittori Bernard Rancillac ed Hervé Télémaque mettono in scena al Musée d’art moderne de al Ville de Paris la collettiva Mythologies quotidiennes. Mentre alla Biennale di Venezia trionfa la Pop Art americana inorgogliendosi del Gran Premio per la pittura vinto da Robert Rauschenberg, sotto la Tour Eiffel 34 artisti europei (fra cui Arroyo, Bertholo, Bertini, Fahlström, Klasen, Recalcati, gli stessi Rancillac e Télémaque), con le loro “mitologie di tutti i giorni” danno vita alla Figuration Narrative (modo d’essere e di pensare, più che movimento) ponendovi al centro le alienanti contraddizioni della società contemporanea. Ciò che nasce a tutti gli effetti (più combattiva di quella a stelle e strisce) è la Pop Art d’Europa. Che si sta snodando al Grand Palais nell’affascinante mostra Figuration Narrative: Paris 1960-1972. Retrospettiva che amplia gli orizzonti estetici e geografici sommando altri bei nomi della Pop (da Errò a Fromanger, da Adami a Stämpfli) i quali elaborarono opere partendo dalla fotografia, dal cinema e dalla pittura classica, sino a farle convergere nell’incubo della guerra in Vietnam e nella tempesta sociopolitica del maggio ’68 parigino.

Quell’arte che i critici accusarono di “imitare New York”, si rivela più che mai personale e geniale: a colpi di rigurgiti astratti e apoteosi dell’advertising (Hervé Télémaque); schegge surrealiste e graffitismi (Öyvind Fahlström, Jan Voss); visionari fumetti (Bernard Rancillac); “comics” inondati dal sangue bellico e dal cinismo politico (Errò); tenebre della psiche (Antonio Recalcati); algidi estetismi (Valerio Adami, Peter Klasen, Peter Stämpfli). In una vertigine ininterrotta di colori, pennellate, pensieri e azioni, fra i tanti capolavori non possono sfuggire il Malcom X serigrafato su plexiglass da Rancillac (’68); l’essenziale, calligrafico Henry Matisse travaillant sur un carnet de dessins di Adami (’66); gli ingranaggi politico/pubblicitari di Gianni Bertini (Grip, ’65); le bandiere lordate di sangue dell’Album “Le Rouge” di Gérard Fromanger (’68-’70); il Portrait du nain Sebastiàn de Morra (dipinto nel ’70 da Eduardo Arroyo), beffardamente somigliante a Salvador Dalì; Meurtre, la serie omicida da romanzo “noir” di Jacques Monory (’68). E per sintetizzare la dirompente “rivoluzione” dell’arte narrativa e “pop”, ecco le 8 tele di Vivre et laisser mourir, ou la fin tragique de Marcel Duchamp, dipinte nel ’65 da Gilles Aillaud, Eduardo Arroyo e Antonio Recalcati. Che sono colpi bene assestati allo stomaco. Avvincenti come un thriller.

Figuration Narrative
Paris 1960-1972
Fino al 13 luglio, Galeries Nationales du Grand Palais, Entrée Clemenceau, square Jean-Perrin, Parigi
tel. 0033-1-44131717
Catalogo Coédition RMN éditions/Centre Pompidou, € 49


www.grandpalais.fr

Foto: Hervé Télémaque, Banania n° 3, 1964, collezione privata, Francia
Eduardo Arroyo, El Caballero español, 1970, Centre Pompidou, Musée National d’Art Moderne, Parigi
Peter Klasen, Le Bon magique, 1965, collezione privata, Francia
© Adagp, Paris 2008

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