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Patti Smith - Land 250

di Stefano Bianchi

Parigi, martedì 6 maggio, di sera. A poche centinaia di metri, il cimitero di Montparnasse e la rue Campagne-Première: dove nel 1969, al numero 9, Patti Smith affittò con sua sorella un minuscolo “studio”. Jeans, anfibi, giacca sgualcita, camicia bianca, cravatta nera, capelli arruffati, Patti è ancora una goccia d’acqua con la “rockeuse” Smith ritratta da Robert Mapplethorpe, 33 anni fa, sulla copertina dell’ellepì Horses. Veste 61 anni senza accorgersene. Al piano inferiore della Fondation Cartier, ci sono quelle che lei definisce “reliquie di terza classe”: foto in bianco e nero scattate con una vecchia Polaroid. È Land 250: la sua prima, grande personale. Il 28 marzo, sempre qui, accompagnata al pianoforte dalla figlia Jesse, ha omaggiato la londinese Virginia Woolf leggendo frammenti dei suoi scritti. E il 6 aprile, con Lenny Kaye e Tony Shanahan, ha dato vita a un “setacustico. Stasera, a sorpresa, Patti è ritornata per arricchire Les Soirées Nomades che fanno da corollario alla sua mostra. Per ricordare lo scrittore e filosofo francese René Dumal a pochi giorni dall’anniversario della sua morte, 21 maggio ’44. Lo racconta, lo legge, poi si mette a leggere e a raccontare William Blake. Imbraccia la chitarra acustica e intona Beneath The Southern Cross. Quindi, accorata, ci invita a pregare per il popolo della Birmania falcidiato dall’uragano. People Have The Power, recita appassionata. La ascoltiamo commossi. Chiede un fazzoletto per pulire le lenti dei suoi occhialini tondi. Che somigliano, dice, a un cielo gonfio di nuvole. Un ragazzo le porge un kleenex e lei finge d’infilarlo nel taschino della giacca, come fosse una lussuosa “pochette”. Sorride, Patti. Raccomandandoci, premurosa, di aver cura dei nostri denti.

Le piace conversare, stasera. Di tutto un po’. Le domando di Horses. E di John Cale, che lo produsse. Mi risponde che quando pensa a quel disco, ripensa con tanto affetto a Lenny Kaye e a Ivan Kral, musicisti e compagni d’avventura. Cale, puntualizza, non era quel che si dice un tecnico della produzione. Ma un amico fidato, questo sì. Con un gran senso dell’umorismo. E se Horses, dopo un’eternità, è ancora così bello, lo deve anche a lui. Giovedì 8 maggio, di mattina, sono ancora qui. Per ammirare, con la tranquillità che si meritano, quelle foto. Vissute da sporadiche presenze umane, abitate da oggetti e screpolate da paesaggi: la tastiera della macchina per scrivere di Herman Hesse, le ultime pantofole calzate da Mapplethorpe prima di morire d’Aids nell’89, le angeliche statue di San Severino Marche, il Cenacolo leonardesco, la Tour Eiffel e la Torre di Pisa, il cavallo della Namibia con cui aveva attraversato il deserto... Tombe, letti, scorci di metropoli e di campagne, vetusti monumenti. Infiniti pellegrinaggi, fisici e spirituali. E poi le teche. Colme di “feticci” dal grande valore simbolico: le pantofole di Papa Luciani, una lignea corona di spine, un manoscritto di Arthur Rimbaud… Tutt’intorno, fra poltronevintage”, un divano e un tappeto persiano (dove ci siamo seduti, l’altroieri sera, in religioso silenzio ad ascoltarla), schermi che rimandano la sua immagine ossuta e i suoi febbrilireadings”. Più in là, una sala buia dedicata a Robert Mapplethorpe. Tra le foto, ce n’è una datata 30 dicembre ’68 con un tamburello che lui aveva costruito per lei. Mi siedo su una panca. Di fronte a me, nella penombra, vedo Patti Smith raggomitolata nei suoi pensieri. Non la voglio disturbare, sto per alzarmi e lei mi precede “leggendo” le mie intenzioni. Lentamente, s’incammina lungo le pareti osservando le sue polaroid. Poi, esce nel giardino che circonda la Fondation Cartier. Continuo a guardarla mentre si allontana. E sono felice. Au revoir, Patti.

Patti Smith
Land 250
Fino al 22 giugno, Fondation Cartier pour l’art contemporain, boulevard Raspail 261, Parigi
tel. 0033-1-42185650
Cataloghi: Land 250, Trois


www.fondation.cartier.com

www.pattismith.net

Foto: Self Portrait, New York City
Acoustic Concert
Robert’s Star
© Patti Smith
© Fondation Cartier pour l’art contemporain

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