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Sigmar Polke
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Europop!

di Stefano Bianchi

Che visualizzi olio su tela una bottiglia di Coca-Cola, un supereroe o un fustino di detersivo, lo spiritopopular” esprime humour, sottile sarcasmo, sovversione, cinismo, “naïveté”. Spettacolare e “glam”, la Pop Art si mette periodicamente in mostra e, ogni volta, sbanca il botteghino. Ultima fermata: Zurigo. Che si “poppizza”, vivaddio, senza giocare sul solito equivoco: che la Pop Art debba necessariamente declinarsi in Warhol, Rosenquist, Wesselmann, Lichtenstein, Oldenburg, Indiana… Stars & Stripes. God bless America. Nossignori. Cancelliamo gli americani (bravi, bravissimi. Ma sono arrivati dopo) e lasciamo che sia l’Europop (che è arrivato prima) a raccontarci le cose più “cool” dell’intero movimento socio-pittorico. Sì, perchè quando il termine “pop art” pizzica Londra alla metà degli Anni ’50, non viene utilizzato per indicare opere d’arte ispirate alla cultura popolare, ma per identificarsi senza troppi giri di parole nei prodotti di quei modi di vivere, comprare, leggere, vedere, ascoltare: ossia pubblicità, science fiction, fumetti, romanzipulp”, il Rock’n’Roll che esce dal juke-box, le pinups e i culturisti stampati su rotocalchi da pochi spiccioli. La cultura di massa a stelle e strisce (nel dopoguerra, all’indomani dell’occupazione americana in Germania), viene in sostanza metabolizzata, filtrata e reinterpretata dalla nobile cultura europea. E dall’Inghilterra, il pensiero Pop si mette a rimbalzare in Germania, in Francia, in Svizzera, in Italia, timbrandosi spesso e volentieri come Nouveau Réalisme.

L’Europop, come questa retrospettiva insegna, libera dai Fifties in poi non solo il genio britannico di Peter Blake, Richard Hamilton, Allen Jones, Eduardo Paolozzi e Peter Phiilips, ma la creatività tricolore di Michelangelo Pistoletto (sublime la sua Stufa di Oldenburg, datata ’65, che prende amabilmente per i fondelli lo Store dell’artista svedese adottato dagli Usa); di Mimmo Rotella, abile “laceratore” dei manifesti cinematografici di Cinecittà; e di Domenico Gnoli, che ingrandisce fino all’inverosimile nodi di cravatte, polsini, scarpe, colletti inamidati, in una paradossaleboutique” dell'ideologia consumistica. Europop ha il pregio di farci conoscere e apprezzare pop-artisti noti perlopiù in ambito locale: i tedeschi Konrad Lueg (visionario), Sigmar Polke (esponente del Kapitalistischer Realismus) e Wolf Vostell (drammaticamente persuasivo il quadro Kennedy vor “Corham” del ’64, che rielabora un fermo immagine dell’assassinio di JFK); l’elvetico Peter Stämpfli, presente con una Machine à laver del ’63 da pieno “boomeconomico; il francese Jean-Jacques Lebel, sarcastico nelle contaminazionikitsch” di santini e militi ignoti; l’inglese Pauline Boty, che coglie con The Only Blonde In The World (’63) l’essenza fascinosa di Marilyn Monroe, icona Pop per antonomasia. 80 capolavori di 24 artisti. Per tracciare la via europea al consumismo di massa.

Europop
Fino al 12 maggio, Kunsthaus Zürich, Heimplatz 1, Zurigo
tel. 0041-44-2538484
Catalogo Dumont, 65 franchi svizzeri


www.kunsthaus.ch

Foto: Domenico Gnoli, Lady's feet, 1969, Von der Heydt-Museum Wuppertal, © 2008 ProLitteris, Zurich
Sigmar Polke, Schokoladenbild, 1964, collezione privata, © 2008 Sigmar Polke
Eduardo Paolozzi, Evadne in Green Dimension, 1965, Victoria and Albert Museum, London, donato dall’artista, © 2008 ProLitteris, Zurich

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