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Bar Jamaica Milano
Andy Warhol e Edie Sedgwick
Marcel Duchamp a New York
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Ugo Mulas. La scena dell'arte

di Redazione

«A New York, nessuno mi aveva mandato. Mi ero mosso da solo, volevo capire ed essere testimone. Andavo negli studi senza sapere l’inglese. Pronunciando appena le parole indispensabili, cercavo di non occupare posto, di non farmi sentire, di non intralciare il lavoro che facevano gli artisti». Parole di Ugo Mulas (1928-1973), che utilizzava l’obiettivo mettendo la sordina mentre premeva lo scatto della sua Leica. Al PAC di Milano, al MAXXI di Roma e dalla prossima estate alla GAM di Torino, entrerete anche voi sottovoce nella retrospettiva più importante mai dedicata al fotografo milanese. Bianchi e neri d’artisti e d’artista. Ugo Mulas inizia la sua attività nel ‘54, su una panchina di Milano. Fresco dimissionario da un quotidiano dove scriveva didascalie, fotografa da subito la sua città. Fotografia didascalica, un po’ immatura. Collabora con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro. Ma è l’arte, il richiamo principale. E soprattutto le botteghe, diventano il suo pensiero fisso. Dopo essere stato testimone della Biennale di Venezia (sempre senza far rumore), fotografa le sculture di Spoleto, poi gli ateliers di David Smith e Calder. Ma è partendo per New York, che riempie la borsa di rullini da sviluppare e dà un volto alla giovane arte Pop marchiata USA. L’incontro con il gallerista Leo Castelli, nel ’62, lo mette in contatto coi più grandi artisti, che mettono il muso fuori dagli studi per diventare “pop” e farsi vedere nelle gallerie d’arte di Soho.

Sta un po’ con Andy Warhol, ne annusa le abitudini, frequenta la Factory. Tutto viene documentato dai suoi “click”. Poi Jasper Johns, Frank Stella, Roy Lichtenstein. Emergenti che si lasciano andare, lasciandosi testimoniare. Come gli artisti che fotografa, anche lui fa e non spiega. Gli artisti, cioè, non parlano mai: perché sono le loro opere a parlare. E anche Mulas, parallelamente, continua a scattare. Ecco Marcel Duchamp a passeggio in Washington Square. È lui il papà di tutti i giovani artisti della Pop Art. E da quel periodo newyorkese esce un libro (ormai introvabile) intitolato New York: Arte e Persone (’67). Il taglierino di Lucio Fontana vi passerà vicino allo stomaco. Ugo Mulas ritrae il maestro nel suo studio milanese, con una sequenza di scatti: dalla tela intonsa, al taglio finito. Forse le immagini più belle della mostra. Siamo tutti personaggi, degni di essere ricordati e raccontati. Mulas c’è sempre, ha fiuto, capisce che lì succedono le cose. Al Bar Jamaica di Milano, ad esempio: dove ci si incontrava per parlare del domani della città, raccontando l’arte in compagnia di tanta birra. Fino a notte fonda. Fateci magari un salto, al Jamaica. Ma lasciate i ricordi proprio lì, dove sono. E godetevi la birra. Perché la Milano che s’immaginavano Lucio Fontana, Piero Manzoni, Emilio Tadini e Mario Schifano, non esiste più. Ma ci sono le foto di Ugo Mulas, a testimoniarla. Questo sì.

Ugo Mulas. La scena dell’arte

Fino al 10 febbraio, PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, via Palestro 14, Milano
tel. 0276009085

www.comune.milano.it/pac/

Fino al 2 marzo, MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, via Guido Reni 2f, Roma
tel. 063210181

www.maxxi.darc.beniculturali.it/

Dal 24 giugno al 19 ottobre, GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, via Magenta 31, Torino
tel. 0114429610

www.gamtorino.it

Catalogo Electa, € 75

www.ugomulas.org

Foto: Lina Mainini, Alfa Castaldi, Arturo Carmassi e Cesare Peverelli, Bar Jamaica, Milano, 1953-1954
Edie Sedgwick e Andy Warhol, New York, 1964
Marcel Duchamp, New York, 1964-1965
© estate Ugo Mulas
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