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Pop Art 1956-1968

di Stefano Bianchi

Mister Muscolo che gonfia i bicipiti. Una spogliarellista sdraiata sul divano. La tv che trasmette una “soap”. Un poster che raffigura Al Jolson nel film The Jazz Singer. Registratore a bobine. Aspirapolvere. Il tutto, infilato in un salotto borghesemente "kitsch". Nel 1956, con il collage Just What Is It That Makes Today’s Homes So Different, So Appealing? il londinese Richard Hamilton trasforma in arte un inventario della cultura popolare. Nasce la Pop Art. Che esalta e critica miti e riti, società dei consumi e mass media. Ed è inglese. Solo più tardi, al sorgere dei Sixties, sarebbero arrivati gli americani a santificare coi loro dollari l’intero movimento artistico. Alla Pop Art, Roma dedica l’antologica di oltre 100 opere per 50 artisti. Lo fa narrandone la storia in ogni angolo d’Occidente: non solo America e Gran Bretagna, ma anche Italia, Francia, Germania, Spagna... Sino al fatidico Sessantotto. (Come sempre, mostrando la Pop in sfilate kolossal come questa, non si può prescindere dalle accumulazioni di Arman, i "quadri-trappola" di Spoerri, i “décollages” di Rotella, gli impacchettamenti di Christo, i “combine paintings” di Rauschenberg, gli “specchi” di Pistoletto. Opere filosoficamentepop”, che in realtà appartengono al Nouveau Réalisme, al New Dada e all’Arte Povera).

Pregio di questa retrospettiva, oltre alla scoperta di nomi poco noti quali Peter Stämpfli (splendide le sue auto iperrealiste), Wayne Thiebaud (prodotti da supermarket e flippers), Evelyn Axell (ai confini dell’optical), ed Erró (fumetti “kitsch”) è il percorso. Duttile e ragionato. Dopo la sala introduttiva, focalizzata sui “precursori” (da Jasper Johns a Roy Lichtenstein, da Andy Warhol a Richard Hamilton, fino a Peter Blake e Fabio Mauri), ecco le 4 sezioni rispettivamente dedicate alla centralità dell’oggetto che si fa logo (con dipinti di Robert Indiana, Peter Phillips, Mario Schifano, Jim Dine e le sculture di Claes Oldenburg); alle icone dello “star system” del grande schermo e del pentagramma, relazionate agli eventi politici e sociali del tempo (la grande tela di Gerald Laing e il manifesto strappato di Mimmo Rotella dedicati a John Kennedy, le Marilyn di Andy Warhol, gli astronauti di Joe Tilson e Derek Boshier); al rapporto che gli artisti Pop instaurano con la “cultura bassa” del fumetto e della pubblicità (Roy Lichtenstein, Tom Wesselmann, Larry Rivers); all’immagine del corpo e della sessualità (James Rosenquist, Allen Jones, Martial Raysse, Allan D’Arcangelo, Pino Pascali). Capitolo a parte, le 7 "bandiere" realizzate da Lichtenstein, Warhol, Rosenquist, Wesselmann, Dine e Indiana, esposte per la prima volta in Italia, che testimoniano l’eclettismo Pop di un'arte capace di confrontarsi con ogni aspetto della creatività.

Pop Art 1956-1968
Fino al 27 gennaio, Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, Roma
tel. 0639967500
Catalogo Silvana Editoriale, € 35

www.scuderiequirinale.it

Foto: Tom Wesselmann, Great American Nude No. 52, 1963, Lisbona, Museu Colecção Berardo
Roy Lichtenstein, Little Aloha, 1962, Sonnabend Collection
Bernard Rancillac, Le dernier whisky, 1966, Saint-Etienne, Musée d’Art Moderne, Saint-Etienne Métropole




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