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Leo Castelli. L'italiano che inventò l'arte in America

di Stefano Bianchi

Impossibile non fare i conti con quel dandy raffinato e cosmopolita. Quel “maître à penser” dotato di uno straordinario fiuto da sintonizzare sulle nuove realtà dell’arte. Si dialoghi di action painters, neo dada, pop artisti. Si tiri in ballo, in concreto, la migliore arte americana del secondo ‘900, il nome da pronunciare è solo ed esclusivamente quello del sommo gallerista Leo Castelli (1907-1999). Il critico d’arte-filosofo-pittore Gillo Dorfles, anch’egli nato a Trieste, lo definisce così: «Leo Castelli era un uomo davvero elegante – troppo ben vestito. Il resto è Storia dell’Arte». Convinzioni di chi l’ha conosciuto negli Anni ’20, al Bagno Savoia triestino, e lo ricorda con affetto nell’introduzione della biografia Leo Castelli. L’italiano che inventò l’arte in America, scritta dal critico e curatore di mostre Alan Jones. Che a sua volta, per più di 20 anni, ha avuto la fortuna di frequentare Castelli a New York. E lo racconta minuziosamente, con grande passione. Partendo da Ernesto Krauss, padre di Leo, banchiere d’origine ungherese. Ebreo come la madre, Bianca Castelli, da cui Leo erediterà il cognome nel 1919, quando Trieste tornerà italiana. Gioventù mondana, quella del loro figliolo. Spensieratezze estive vissute in compagnia di Dorfles, della futura surrealista Leonor Fini, del letterato Bobi Bazlen. Poi, Giurisprudenza a Milano e un posto fisso, da assicuratore, con trasferimento a Bucarest. L’amore che sboccia, nella capitale rumena, per Ileana Schapira (poi Sonnabend, gallerista d’arte). Viaggio di nozze a Parigi, nel ’32, e nuovo approdo nella Ville Lumiére qualche anno dopo. Lei ha fiuto per l’arte. Lui, l’assorbe a poco a poco. In place Vendôme, fra l’Hôtel Ritz e la boutique Schiapparelli, inaugura con l’architetto e arredatore René Druin una galleria di mobili e quadri. Al "vernissage" riservato ai Surrealisti c’è tutta la Parigi che conta. Ma il tempo è scaduto. ‘39: tempo di guerra. Leo e Ileana, 2 anni dopo, atterrano a New York. Duchamp, Mondrian, Léger e Breton, laggiù, testimoniano che il baricentro dell’arte mondiale si è spostato oltreoceano. Frequentando il Museum of Modern Art, Castelli scopre l’arte moderna europea: Surrealisti, Espressionisti tedeschi. Nomi ai quali i francesi avevano prestato scarsa attenzione.

A metà degli Anni ’40, i galleristi newyorkesi rifiutano la nuova arte americana: l’Espressionismo Astratto di Jackson Pollock, Willem De Kooning, Mark Rothko, Franz Kline. Leo, viceversa, crede negli “outsiders”. In quegli artisti che osano l'inosabile. Li coccola. Li consiglia. Li espone nel soggiorno al quarto piano del numero 4, Settantasettesima Strada Est: la sua prima, “quasi” galleria d’arte. Quella vera, la Leo Castelli Gallery, viene inaugurata al 420 di West Broadway. E là, leggendaria, rimarrà per oltre 40 anni. Con Leo, Re Mida dell’Arte, a battezzare “neodadaisticamente” i “combine-paintings” di Robert Rauschenberg, le “flags” e i “targets” di Jasper Johns; a inventare letteralmente la Pop Art dei giganteschi fumetti di Roy Lichtenstein e delle macro-pubblicità di James Rosenquist. La Pop di Andy Warhol, invece, bussa alla sua aurea porta nel ’64. Ma non ci sarà mai grande "feeling", fra i 2. Successivamente, Castelli lancia la Minimal Art e la Conceptual Art; l’astrazione pura di Frank Stella, i “segni” narrativi di Cy Twombly, i neon di Dan Flavin. Nel ’96, con 2 divorzi alle spalle, sposa la storica dell’arte italiana Barbara Bertozzi. Il 21 agosto ’99 muore nella sua casa di Manhattan, a 92 anni. Rendendo immortale la leggenda del mitteleuropeo triestino che, un giorno, osò riscrivere da zero l’arte a stelle e strisce.

Alan Jones, Leo Castelli. L’italiano che inventò l’arte in America, Castelvecchi Editore, 431 pagine, € 26

www.castelvecchieditore.com

Foto: Leo Castelli e Willem De Kooning, 1953, © Tony Vaccaro

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