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Keith Haring: La biografia

di Stefano Bianchi

Finalmente le linee uscirono dalla penna in maniera più fluida e diedero di nuovo forma alle piccole gambe, all’inizio di un piccolo corpo, e a due braccine. Incredibilmente, il disegno prese la forma del più conosciuto tra i simboli dell’arte di Keith Haring: il Radiant Baby. Malato terminale di AIDS, Keith si aggrappava a un simbolo di vita, la sua prima tag, l’immagine potente e indelebile che solo dieci anni prima aveva dato il via a una carriera che lo aveva reso un fenomeno senza pari nell’arte contemporanea americana e l’artista più vicino alla gente fra tutti i suoi contemporanei. Il 16 febbraio del 1990, alle 4.40 precise del mattino, il Radiant Baby che viveva dentro Keith Haring morì in pace”. Nel ’91, il giornalista e fotografo John Gruen, nota firma delle pagine culturali del New York Times, raccontò l’ultimo soffio di vita del graffitista dando inizio a Keith Haring: La biografia, che ora viene svelata al pubblico italiano. Dalla fine, come in un riavvolgimento rapido, si va alle origini di una carriera straordinaria, irripetibile, giocata sul filo del rasoio, attraverso le testimonianze di coloro che lo avevano intimamente conosciuto. A susseguirsi e ad intersecarsi, le interviste alla madre Joan e al padre Allen; alle sorelle Kay, Karen e Kristen; al gallerista Leo Castelli, a una debuttante Madonna e a Kenny Scharf, Roy Lichtenstein, Francesco Clemente; a Timothy Leary, William Burroughs e a una miriade di altri protagonisti degli Eighties.

E poi c’è lui, Keith Haring, che con piglio ironico riflette sulla propria arte e sul privato: dall’omosessualità vissuta con ingordigia alle droghe consumate con scientifico cinismo, fino alla malattia. Dall’infanzia a Reading (Pennsylvania), al trasferimento a New York, il bimbo che disegnava draghi e lunghi vermi con papà si trasforma in un ragazzo che disegna graffiti per strada con un pennarello a punta grossa. Poi scende nelle stazioni della metropolitana e tratteggia il “bambino coi raggi” col gessetto, sui pannelli neri utilizzati per coprire le vecchie pubblicità. L’artista cresce, si afferma dentro e fuori la Big Apple, espone nelle gallerie più prestigiose. Ma non si crede mai chissà chi. Gli basta una grossa tela da inondare di ideogrammi Pop: cani, serpenti, dischi volanti, piramidi, televisori. E l’immancabile Radiant Baby. Quando dipinge, perde letteralmente la cognizione del tempo. Lui e l’Arte fusi assieme. E in sottofondo, il rock sputato da un “ghetto blaster”. Deve essere “popular”, l’arte. Haring ci crede. Fermamente. Comprensibile a chiunque, da esprimere ovunque. Come l’art-in-gadget del suo Pop Shop, inaugurato nell’86 a downtown Manhattan. Come gli affreschi sui murales, donati ai bambini bisognosi. E l’Haring-pensiero, diluito per chilometri sul Muro di Berlino. Ma sullo sfondo, sempre e comunque, c’è la New York degli Anni ’80: del Paradise Garage e della Factory di Andy Warhol; di Kenny Scharf e di Jean-Michel Basquiat. Sotto le mille luci della metropoli, un ragazzino smilzo con gli occhiali da “nerd” si è trasformato in un’icona del 20° secolo.

John Gruen, Keith Haring – La biografia, Baldini Castoldi Dalai editore, 266 pagine, € 20

www.haring.com

www.bcdeditore.it

Foto: Ritratto della famiglia Haring nel 1966
Polaroid Andy Warhol, 1984; Keith Haring con Brooke Shields, 1984; con Boy George, 1985; con Ronald McDonald, 1988
© Estate of Keith Haring

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