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Made In Warhol

di Giuseppe Mastromatteo

Scarpe nere su fondo bianco. Progetti grafici che le agenzie di pubblicità newyorkesi commissionarono nel 1955 al giovane illustratore Andrew Warhola (1928-1987). Scarpe firmate dal produttore italiano (guarda caso) Palizzio. Sottili linee ad inchiostro incise nella carta porosa dal pubblicitario arrivato da poco da Pittsburgh. Così ci accoglie la prima sala della retrospettiva Made in Warhol a Villa Ponti, Arona. Concentrare le tappe artistiche più significative di Andy Warhol (140 opere provenienti da collezioni italiane attraverso serigrafie, acrilici e inchiostri) in una location decisamente inferiore rispetto agli spazi più blasonati di Milano, era un’impresa. Ma i capolavori appesi alle pareti giustificano le ambizioni di Mirella Panepinto e Carlo Occhipinti, curatori della mostra. Un volto ceruleo ci fissa in vari scatti in bianco e nero appesi all’ingresso: Warhol, inventore dell’attualissimo presenzialismo a tutti i costi, arriva in Italia negli Anni ’70 e la sua faccia diventa popolare grazie all’obiettivo di Maria Mulas. Primo percorso, Warhol illustratore. Segni delicatissimi tracciano linee curve per formare scritte, loghi, scarpe e occhi sparsi su bianco. Tutto sembra avere una casualità nella composizione grafica, ma un occhio esperto non muoverebbe disegni o forme neppure di un millimetro. Il Pop-artista era soprattutto un raffinato disegnatore dotato di un segno personalissimo e riconoscibile. A quel tempo, era ben lontano dalle Marilyn; ma ossessionato dalla forza visiva dei loghi che prendono spazio proprio nella successiva sala: la mela di Macintosh e il logo Coveri. E poi le Marilyn, Lenin, Joseph Beuys e la fatale The Last Supper, presentata a Milano nel gennaio dell’87. Un mese prima della sua morte, avvenuta il 22 febbraio.

Incontriamo piccoli Flowers inediti: Warhola si è trasformato in Andy Warhol. L’illustratore è diventato Artista. Campbell’s Soup, Cow, Mao e Liza Minnelli, accompagnano i visitatori fino ai fortunati e semi sconosciuti volti che (per vanità o lungimiranza?), commissionarono il proprio ritratto al maestro. Come rinunciare all’immortalità, facendo diventare eterni i fatidici "warholiani" 15 minuti? L’immortalità, si sa, non ha prezzo. E allora quei 50.000 dollari pagati per ogni singolo ritratto si sono rivelati l’investimento più lungimirante di tutta una vita. Mildred Scheel, Janet Sartin, Ernesto Esposito ed Enzo Cucchi hanno lo stesso spazio, la stessa dimensione e dignità di Madonna, Gerard Depardieu, Stalin e Gesù nell’Ultima Cena. Warhol ha regalato le pareti dei musei più importanti a volti che sarebbero stati dimenticati e relegati negli album fotografici di famiglia. Quella chirurgia estetica che promette temporanei attimi di “sempre” a parti del corpo e dell’anima, ha mani e strumenti diversi da quelli di un chirurgo in camice bianco. Ha il volto glaciale e asettico di un artista che si fece correggere un naso troppo grande e lottò per tutta la vita con la sua immagine. Coerente fino all’ultimo ai suoi 15 minuti di notorietà, trasformò la propria sofferenza in immagini di “eterno”. Destinate a famosi del jet-set e a perfetti sconosciuti. 50.000 dollari varranno pure il paradiso in terra.

Made In Warhol
Fino al 25 novembre, Villa Ponti, via San Carlo 63, Arona (NO)
tel. 032244629
Catalogo Fondazione Art Museo, € 27


www.areadigitalesrl.com

www.warhol.org

Foto: Campbell’s Soup Can (Golden Mushroom), 1968/1969, collezione privata
Ladies and Gentlemen, 1975, courtesy Colossi Arte Contemporanea, Brescia
Flowers, 1964, collezione privata







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